Caro carburante, l’incognita Hormuz e le scorte di gasolio che tengono (per ora)

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non è il prezzo alla pompa, con la sua altalena quotidiana, a preoccupare gli addetti ai lavori quanto piuttosto la catena di approvvigionamento del gasolio, che in Italia – va detto – resiste ancora grazie a scorte considerate sufficienti nel brevissimo termine. A gettare un fascio di luce sulle possibili criticità future è stato Antonio Perin, vicepresidente regionale di Assopetroli, il quale, intervenendo ai microfoni della Tgr Veneto, ha parlato di un quadro internazionale talmente instabile da rendere legittimo qualsiasi scenario, persino quello di una progressiva rarefazione del carburante nei prossimi mesi. L’allarme, se così si può definire senza indulgere in facili drammatizzazioni, non riguarda tanto la benzina quanto il gasolio, il cui flusso dipende in misura rilevante dalle rotte che attraversano il Golfo Persico.

Lo Stretto di Hormuz e quel petrolio “italiano” in transito

Per comprendere la vulnerabilità del sistema energetico nazionale, occorre scorrere l’elenco dei paesi esportatori di greggio verso l’Italia: bisogna arrivare fino all’ottavo posto, dove troviamo l’Iraq, che è il principale fornitore tra quelli il cui petrolio – e questo è il punto nevralgico – transita dallo Stretto di Hormuz. La tregua tra Israele e Stati Uniti da un lato e l’Iran dall’altro, già fragile di per sé, ha subìto un’ulteriore scossa a causa delle dichiarazioni del presidente Trump, il quale ha annunciato un blocco navale sullo stesso Stretto, teoricamente sotto il controllo territoriale dell’Iran e dell’Oman. Le conseguenze non si sono fatte attendere: le quotazioni del petrolio sono tornate a sfiorare i 100 dollari al barile, un livello che non si vedeva da mesi e che rischia di alimentare una spirale speculativa difficile da arginare.

Da lunedì 13 aprile nessuna nave entra o esce senza rischi

Da oggi, lunedì 13 aprile, a partire dalle ore 16 italiane, la marina americana ha ricevuto l’ordine di intercettare qualsiasi imbarcazione – commerciale o militare che sia – tenti di entrare o uscire dai porti iraniani. La decisione, maturata al termine di un weekend di trattative fallimentari a Islamabad tra la delegazione statunitense guidata da J.D. Vance e quella iraniana, ha di fatto trasformato lo Stretto in una zona di guerra latente. Non si tratta di una minaccia astratta: il Golfo Persico è il corridoio attraverso cui transita un quinto del petrolio mondiale, e una parte consistente di quel flusso è destinata proprio all’Europa. L’Italia, da sempre dipendente dalle importazioni di greggio via mare, si trova dunque esposta a un rischio concreto di strozzatura logistica.

Rialzi incontrollati e l’ombra delle targhe alterne

La chiusura di fatto dello Stretto ha innescato un effetto domino sui prezzi: non solo il petrolio greggio, ma anche i derivati come benzina e gasolio hanno subìto rincari immediati, sebbene – va ribadito – le scorte interne garantiscano ancora una certa respirazione. Il governo, da parte sua, sta valutando misure che fino a pochi mesi fa sarebbero sembrate improponibili, come il ricorso alle targhe alterne per la circolazione dei veicoli. Si tratta di uno strumento già utilizzato in passato durante le crisi petrolifere degli anni Settanta, e il solo fatto che venga preso in considerazione la dice lunga sulla gravità della situazione. Piazza Affari ha già iniziato a scontare il contraccolpo: i titoli del settore energetico volano, mentre quelli legati ai trasporti e alla logistica affondano. Nessuno, tra gli analisti, si azzarda a prevedere quando il blocco navale potrà essere revocato.

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