L’affondamento dell’Arctic Metagaz nel Mediterraneo centrale, una nave russa centrata da droni ucraini partiti dalla Libia

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il Mediterraneo centrale, quella porzione di mare compresa tra la costa libica e l’isola di Malta, non è estraneo a dinamiche di tensione, ma l’episodio avvenuto nella notte tra il 3 e il 4 marzo 2026 segna un salto di qualità nello scontro che ormai da anni vede contrapposte Mosca e Kiev. Una nave metaniera battente bandiera russa, l’Arctic Metagaz, è stata presa di mira e centrata da un attacco condotto con droni navali, un’azione che ha portato al suo affondamento in acque internazionali. La reazione del ministero dei Trasporti di Mosca non si è fatta attendere, con un’accusa formale e diretta all’Ucraina, rea di aver orchestrato il tutto da una base di lancio situata in Libia. Un’operazione che, se confermata, dimostrerebbe una capacità di proiezione di forza notevole, estendendo il raggio d’azione del conflitto ben oltre i teatri bellici tradizionali del Mar Nero o del Donbass.

Il profilo della nave, il carico e le dinamiche dell’attacco

L’Arctic Metagaz non era una semplice petroliera. Si trattava di un’unità adibita al trasporto di gas naturale liquefatto, con in stiva 61.000 tonnellate di GNL, un carico che da solo rappresenta un valore economico e strategico di prim’ordine. Partita dalla regione artica russa, più precisamente da Murmansk, la nave aveva già attirato l’attenzione degli analisti internazionali perché inserita nelle liste delle sanzioni occidentali fin dal 2024. Proprio la sua natura di “nave ombra”, o quanto meno di unità utilizzata per aggirare le restrizioni sull’export energetico russo, l’aveva resa un obiettivo sensibile. Intorno alle 4 del mattino, mentre si trovava a circa 240 chilometri dalla città libica di Sirte, una serie di esplosioni ha squarciato lo scafo, seguita da un violento incendio che ne ha decretato la fine. I trenta membri dell’equipaggio, tutti di nazionalità russa, sono riusciti a mettersi in salvo su una scialuppa, venendo poi recuperati all’interno della zona di ricerca e soccorso libica.

Le accuse di Mosca e il silenzio di Kiev

Il portavoce del ministero dei Trasporti russo, citato dalle agenzie di stampa locali, ha parlato senza mezzi termini di “atto terroristico”, specificando un dettaglio cruciale: i droni marini sarebbero stati lanciati non dal Mar Nero, ma direttamente dalle coste libiche. Un’affermazione grave, questa, perché introduce un attore territoriale terzo in una partita che finora sembrava confinata all’Europa orientale. Mosca ha tenuto a precisare, quasi a voler prevenire possibili critiche, che l’Arctic Metagaz non apparteneva alla cosiddetta “flotta fantasma”, essendo regolarmente registrato e in regola con le dichiarazioni di rotta e carico. Dall’altra parte, Kiev mantiene un silenzio stampa che, in questi contesti, è spesso interpretato come una forma implicita di conferma. Non è d’altronde un mistero che l’Ucraina abbia sviluppato e utilizzato droni navali a lunga gittata, come il modello “Sea Baby”, la cui autonomia di 1.500 km rende tecnicamente possibile un’incursione nel Mediterraneo.

Un precedente e le implicazioni per la sicurezza marittima

Questo affondamento, per quanto spettacolare, non rappresenta un unicum nelle strategie di Kyiv. Già nel dicembre del 2025, fonti ucraine avevano rivendicato un attacco nel Mediterraneo orientale ai danni della petroliera russa Qendil, un’azione che aveva fatto da apripista a questo nuovo e più audace blitz. In quell’occasione, come in questa, le navi colpite erano parte di quel sistema parallelo di trasporto energetico che la Russia ha messo in piedi per ovviare all’embargo. Ciò che preoccupa gli analisti marittimi, e su cui si concentra l’attenzione delle autorità maltesi e italiane, è la localizzazione dell’attacco: un’area densa di traffico commerciale, crocevia di rotte energetiche vitali per l’Europa. La Libia, con la sua fragilità istituzionale e la presenza di molteplici attori armati, diventa così una polveriera galleggiante, un territorio da cui possono partire offensive che non hanno nulla a che vedere con la sua guerra civile, ma che ne utilizzano le coste come una portaerei improvvisata.

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