Il vicolo cieco di Teheran tra scuse ai vicini e la promessa di sei mesi di guerra
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Redazione Esteri
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La periferia meridionale di Beirut, quel denso aggregato urbano noto come Dahieh che costituisce una roccaforte di Hezbollah, è tornata a essere teatro nella serata di ieri di violenti bombardamenti israeliani, con l’aviazione che ha letteralmente raso al suolo un intero condominio. Non si tratta di un episodio isolato, va detto, bensì del ventunesimo attacco concentrato su quella specifica area nel giro di appena ventiquattro ore, un dato che fotografa con drammatica efficacia l’intensità della campagna militare in corso e la volontà di Israele di colpire il partito sciita libanese nel suo cuore pulsante, a prescindere dalla prossimità di quei bersagli a zone densamente popolate. Il fragore delle bombe, del resto, non si è limitato ai confini libanesi: oltre ottanta caccia israeliani, all’alba di ieri, hanno violato lo spazio aereo iraniano per colpire Teheran e Isfahan, centri nevralgici della Repubblica islamica dove sono state distrutte – secondo le prime ricostruzioni – diverse installazioni militari, inclusa un’accademia e un deposito per il lancio di missili balistici, quest’ultimo pericolosamente adiacente a un’area residenziale di un milione di abitanti, costretti a vivere ore di autentico terrore.
Scuse pubbliche e linee rosse: la doppia comunicazione di Pezeshkian
In questo scenario di fuoco incrociato, si inserisce una mossa diplomatica tanto inedita quanto significativa per gli standard della politica estera di Teheran: il presidente Masoud Pezeshkian ha infatti pubblicamente chiesto scusa ai Paesi del Golfo per gli attacchi missilistici e con droni partiti nelle scorse settimane dal suolo iraniano. Una presa di distanza, la sua, che non deve essere letta come un atto di resa – gli stessi comandi militari hanno prontamente ribadito che l’Iran è in grado di combattere per almeno altri sei mesi, lanciando un messaggio chiaro a Washington e a Israele – ma che rappresenta piuttosto il termometro di una temperatura interna diventata incandescente. Le scuse, peraltro, sono state accompagnate da una precisazione fondamentale, quasi una linea rossa tracciata davanti agli emiri e ai sovrani della sponda araba del Golfo: Teheran cesserà le ostilità solo a patto che dai loro territori non partano ulteriori operazioni militari contro la Repubblica islamica, un messaggio rivolto tanto ai vicini quanto agli Stati Uniti, che di quelle basi e di quegli spazi aerei si servono per rifornire e appoggiare le incursioni israeliane.
L’offensiva, dal canto suo, non accenna a diminuire d’intensità, anzi, tende semmai ad allargarsi a nuovi obiettivi considerati strategici per l’economia e la sopravvivenza del regime degli ayatollah. Nelle ultime ore, i cacciabombardieri israeliani hanno preso di mira impianti petroliferi e strutture per la desalinizzazione dell’acqua, colpendo così non solo le riserve energetiche del paese ma anche infrastrutture civili essenziali per la popolazione, un’escalation che rischia di gettare ulteriore benzina sul fuoco di una guerra già devastante. La scelta di bombardare quei siti, e di farlo in prossimità di quartieri abitati – come dimostra l’attacco nei pressi dell’aeroporto di Teheran, circondato da torri residenziali –, solleva inevitabili interrogativi sulla condotta delle operazioni e sulle conseguenze umanitarie, sebbene l’esercito israeliano rivendichi l’uso di munizioni di precisione per limitare i danni collaterali. E mentre le sirene continuano a risuonare in Medio Oriente, la domanda che serpeggia tra gli analisti riguarda la tenuta di un sistema, quello iraniano, che cerca faticosamente di bilanciare la necessità di una risposta muscolare con l’urgenza di non alienarsi le simpatie – o almeno la neutralità – dei vicini arabi.




