Le tute spaziali di nuova generazione, un ritardo che rischia di far slittare l’allunaggio Artemis

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Chiunque abbia familiarità con la storia delle missioni extracurricolari lo sa bene: nessuna tuta spaziale è mai arrivata in tempo. Non quelle del programma Mercury, non quelle di Gemini, non le iconiche EMU (Extravehicular Mobility Unit) utilizzate durante l’era dello Space Shuttle. Ogni generazione di ingegneri, nonostante le promesse, si è scontrata con una realtà fatta di collaudi infiniti e scadenze rimandate. Ebbene, il 20 aprile 2026, il NASA Office of Inspector General (OIG) – l’organismo federale indipendente che funge da “cane da guardia” per l’Agenzia spaziale statunitense – ha certificato che questa legge non scritta è purtroppo ancora in vigore, pubblicando un rapporto che getta un’ombra lunga tre anni sul futuro del programma Artemis.

Il nodo della questione, esposto nel documento visionato dall’OIG, riguarda lo sviluppo delle cosiddette xEVAS (Exploration Extravehicular Activity Services). L’allarme è inequivocabile: le dimostrazioni tecniche delle nuove tute, necessarie per camminare sulla superficie lunare, potrebbero subire uno slittamento fino al 2031. Questo perché, secondo i revisori, la NASA ha adottato una strategia di acquisizione eccessivamente ottimista, basata su un modello commerciale a prezzo fisso che, di fatto, si è rivelato poco adatto alla complessità di un progetto così pionieristico. Inizialmente, l’agenzia sperava di vedere le tute pronte per una demo già nel 2025, ma i termini si sono rivelati irrealistici; oggi, il ritardo accumulato è di almeno un anno e mezzo, riducendo drasticamente i margini di manovra in vista del 2028, l’anno attualmente fissato per il ritorno sulla Luna.

Il modello a singolo fornitore e il caso Collins

La strategia della NASA, che prevedeva di affidarsi a due partner per creare un mercato concorrenziale, ha subito un duro colpo nel 2024, quando la Collins Aerospace ha gettato la spugna. L’accordo con l’azienda – che era stata scelta nonostante precedenti critiche sulla gestione delle manutenzioni delle tute attuali in servizio sulla ISS – è stato risolto consensualmente dopo che il fornitore non è riuscito a mantenere gli impegni presi. Di conseguenza, la NASA si trova oggi in una posizione di stretta dipendenza tecnica dall’unico attore rimasto in campo: la Axiom Space.

Axiom, che ha attirato l’attenzione dei media anche per la collaborazione con il marchio di moda Prada per la progettazione dell’esterno della tuta, è ora l’unica speranza per l’ente spaziale. L’OIG, tuttavia, ha criticato questa configurazione, sottolineando che l’assenza di un mercato commerciale solido per le tute spaziali rende il modello di “servizio” a singolo fornitore estremamente rischioso. Il rapporto cita i tempi medi di sviluppo dei grandi programmi spaziali recenti (come Orion e SLS), che si aggirano sugli 8,7 anni dal contratto al primo volo: se Axiom dovesse seguire questa media, la presentazione del prodotto finale slitterebbe inevitabilmente al 2031.

Fiducia dichiarata contro dati OIG

Nonostante la severità del report, tra i corridoi dell’industria aerospaziale e le dichiarazioni ufficiali dei vertici NASA regna un clima di sfida quasi ostinata. In una lettera allegata al rapporto stesso, Lori Glaze, amministratrice associata ad interim per lo sviluppo dei sistemi di esplorazione della NASA, ha ribadito una “continua fiducia” nel fatto che lo sviluppo proceda come da programma per supportare la missione di superficie del 2028. Anche l’amministratore NASA Jared Isaacman si è detto convinto che, quando l’agenzia sarà pronta a posare nuovamente il piede sul suolo lunare, gli astronauti indosseranno le tute Axiom.

Dal canto suo, Jonathan Cirtain, amministratore delegato di Axiom Space, ha alzato la posta in gioco parlando di un test orbitale già dal prossimo anno. L’azienda sostiene di aver accumulato quasi mille ore di test pressurizzati con equipaggio e si dice pronta a lanciare quella che definisce “la tuta più avanzata mai costruita”. Tuttavia, l’OIG smonta queste rassicurazioni con una puntualizzazione tecnica: anche se iltest avvenisse nel 2027, come sperato da Axiom, i tempi stretti e la mancanza di margine di manovra rendono l’obiettivo del 2028 una scommessa ad altissimo rischio, soprattutto se paragonata ai precedenti storici di sviluppo ingegneristico citati nel documento.

Un nodo cruciale per il programma Artemis

La vicenda mette in luce una fragilità strutturale del programma Artemis, al di là dei ben noti problemi ai motori o ai razzi SLS. Senza una tuta in grado di proteggere l’astronauta dalle radiazioni, dal vuoto e dalle temperature estreme della regione del Polo Sud lunare – dove l’acqua è intrappolata nei crateri oscuri – il lander (in sviluppo separato da SpaceX e Blue Origin) non servirebbe a nulla. L’analisi dell’OIG è spietata nel ricordare che, nonostante due decenni di tentativi e investimenti per quasi 3,1 miliardi di dollari, la NASA non ha ancora portato a termine lo sviluppo di una nuova generazione di questi abiti spaziali. La cronaca di questo sviluppo è, ancora una volta, la cronaca di una promessa non mantenuta, dove la legge non scritta della “tuta in ritardo” continua a dettare legge.

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