La Nasa punta a una base sulla Luna e alla conquista di Marte con un veicolo a propulsione nucleare. Ma salta il piano europeo
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Era nell’aria da mesi, quell’incertezza che aleggiava sui piani dell’agenzia spaziale statunitense, ma ora l’ufficialità è arrivata: il Lunar Gateway, la stazione spaziale che avrebbe dovuto orbitare attorno alla Luna fungendo da avamposto per le missioni Artemis, viene messo in pausa. A deciderlo, Jared Isaacman, l’amministratore della Nasa nominato dal presidente Trump, il quale ha presentato ieri a Washington la nuova architettura del programma, ribattezzata “Ignition”. L’obiettivo dichiarato, ha spiegato Isaacman con una certa enfasi che lascia trasparire l’ambizione della sfida, è quello di tornare sulla superficie lunare prima della scadenza dell’attuale mandato presidenziale, spostando però l’attenzione dagli orbitali al suolo.
La decisione, che arriva a una settimana dal lancio della missione Artemis II previsto per il primo aprile, ridisegna completamente le priorità. Non più una stazione in orbita, ma una base permanente. L’idea è quella di stabilire una presenza umana duratura sul satellite, superando la logica delle missioni “touch and go” che aveva caratterizzato l’era Apollo. Per farlo, la Nasa intende articolare il progetto in tre fasi progressive, concentrando le risorse – quelle che un tempo sarebbero confluite nel Gateway, sviluppato in collaborazione con le agenzie spaziali europea (Esa), giapponese (Jaxa), canadese (Csa) e italiana (Asi) – sulla costruzione di infrastrutture direttamente sulla superficie selenita.
Addio Gateway, la nuova architettura in tre fasi
La svolta impressa da Isaacman è netta. Il progetto del Gateway, nella sua forma attuale, viene sospeso. Una scelta che lascia inevitabilmente in sospeso il ruolo dei partner internazionali, chiamati ora a rinegoziare il loro contributo all’interno di questa nuova visione. L’architettura presentata ieri prevede un incremento massiccio delle missioni robotiche: ben trenta allunaggi robotici sono programmati a partire dal 2027, una vera e propria campagna esplorativa propedeutica alla costruzione della base. Nella prima fase, infatti, si punterà a testare le tecnologie chiave, dai sistemi di mobilità per i rover alle soluzioni per le comunicazioni. La seconda fase vedrà poi l’installazione di infrastrutture semi-abitabili, capaci di ospitare gli astronauti per periodi prolungati, mentre nella terza si arriverà alla realizzazione di habitat permanenti e mezzi di trasporto pesanti. L’obiettivo, ha lasciato intendere l’amministratore, è rendere le missioni con equipaggio più frequenti e, soprattutto, economicamente più accessibili, con una cadenza che potrebbe avvicinarsi a quella mensile.
La svolta nucleare: Space Reactor-1 in arrivo nel 2028
Ma la rivoluzione annunciata dalla Nasa non si ferma alla Luna. Contestualmente alla revisione del programma Artemis, l’agenzia ha dato il via libera a un progetto ancora più ambizioso per la conquista di Marte. Il primo veicolo spaziale interplanetario a propulsione nucleare, denominato Space Reactor-1 Freedom, è stato ufficialmente inserito nel piano operativo con una data di lancio prevista per il 2028. L’utilizzo della propulsione nucleare elettrica rappresenta un salto tecnologico generazionale, permettendo di superare i limiti imposti dalla propulsione chimica tradizionale, che vincola le finestre di lancio e allunga i tempi di percorrenza.
Per questo progetto, che rappresenta un cardine della strategia per il deep space, la Nasa intende riutilizzare alcune delle componenti già sviluppate per il Lunar Gateway, a dimostrazione di come il dietrofront sull’orbita lunare non implichi un azzeramento degli investimenti, bensì una loro riconversione. Il “Freedom”, una volta raggiunto il pianeta rosso, avrà il compito di dispiegare un payload scientifico che includa elicotteri – eredi del successo di Ingenuity – per esplorare la superficie marziana. La sfida tecnica è imponente, ma Isaacman ha voluto sottolineare come l’agenzia sia determinata a perseguire ciò che ha definito “il quasi-impossibile”.
Ripensare l’orbita bassa: il nuovo corso per la Stazione Spaziale
Non solo Luna e Marte, ma anche un ripensamento della strategia per la cosiddetta low Earth orbit, la bassa orbita terrestre. La Nasa ha infatti modificato il suo approccio al post-Stazione Spaziale Internazionale, adottando un percorso modulare. L’agenzia, riconoscendo che il mercato per i servizi commerciali in orbita non si è sviluppato con la rapidità sperata, ha deciso di puntare su un approccio graduale. L’idea è quella di mantenere ancorata alla Iss una struttura modulare di proprietà governativa, che funga da “core” per l’attracco di ulteriori moduli commerciali. Questi ultimi, a tempo debito, potranno distaccarsi per diventare stazioni spaziali indipendenti una volta che l’attuale Iss sarà ritirata dal servizio. Una strategia, questa, che mira a garantire una continuità di presenza umana in orbita senza forzare soluzioni di mercato ancora immature, cercando di contenere i rischi legati a un transito troppo brusco verso la gestione esclusivamente privata.




