Il ritorno alla Luna cambia rotta: la Nasa cancella il Gateway e punta tutto su una base fissa da 20 miliardi

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   A pochi giorni dal lancio di Artemis 2, l’attesa missione che dopo due rinvii dovrebbe finalmente portare quattro astronauti in un viaggio di dieci giorni attorno alla Luna a bordo del sistema di lancio SLS, la Nasa ha presentato una revisione radicale dei propri piani di esplorazione lunare. L’amministratore Jared Isaacman, durante un evento tenutosi il 24 marzo a Washington, ha sostanzialmente ribaltato l’architettura del programma Artemis, segnando un cambio di passo netto rispetto alle strategie finora perseguite. Al centro di questa rivoluzione copernicana c’è l’abbandono del progetto Lunar Gateway, la stazione orbitante che avrebbe dovuto fungere da punto di transito per gli astronauti diretti al suolo lunare, a favore di un obiettivo ben più ambizioso e concreto: la costruzione di una base fissa sulla superficie del nostro satellite.

Addio Gateway, benvenuta base terrestre

La decisione, come spiegato da Isaacman, è stata dettata dalla necessità di concentrare le risorse – sia economiche che di ingegneria umana – su un’infrastruttura in grado di garantire una presenza continuativa e non più soltanto episodica. Il Gateway, nonostante i componenti fossero già in fase avanzata di realizzazione da parte di appaltatori come la Northrop Grumman, viene dunque “messo in pausa” nella sua forma attuale. Si tratta di un cambio di paradigma profondo: non più una stazione da cui partire per brevi escursioni, ma un avamposto permanente. In accordo con la politica spaziale voluta dall’amministrazione Trump – che ha individuato nella competizione con la Cina la nuova frontiera della leadership americana – l’agenzia ha deciso di “riutilizzare le apparecchiature esistenti” e gli impegni dei partner internazionali per dirottarli verso la costruzione di un insediamento vero e proprio, localizzato nei pressi del Polo Sud lunare, una regione ritenuta strategica per la presenza di risorse come il ghiaccio d’acqua.

Un investimento da 20 miliardi in sette anni

I numeri del nuovo piano sono imponenti e disegnano un cronoprogramma serrato. La Nasa prevede di investire circa 20 miliardi di dollari nell’arco dei prossimi sette anni per edificare questa struttura, che non sarà un semplice campo base, ma un complesso dotato di moduli abitativi, rover pressurizzati per gli spostamenti degli astronauti e, elemento di assoluta novità, impianti di alimentazione basati su reattori nucleari. L’idea, come trapela dai documenti presentati, è quella di sviluppare una capacità di sbarco sempre più frequente: l’obiettivo dichiarato è passare da missioni sporadiche a un ritmo di due atterraggi all’anno, per poi arrivare a una presenza semi-permanente che possa fungere da banco di prova per le future spedizioni umane su Marte. L’intera strategia si articola in fasi: una iniziale di test e di trasporto di rover e strumentazione tramite servizi commerciali, seguita da una seconda fase di costruzione dell’infrastruttura abitativa, fino al raggiungimento, entro il 2032, di un insediamento permanente in grado di sostenere una presenza umana continuativa.

Verso Marte con il nucleare

Parallelamente al nuovo corso lunare, l’agenzia spaziale statunitense ha dato il via libera anche a un programma di sviluppo tecnologico destinato a segnare il prossimo decennio dell’esplorazione spaziale profonda. Entro la fine del 2028, la Nasa prevede di lanciare il primo veicolo spaziale a propulsione nucleare, battezzato “Space Reactor-1 Freedom”. Questa missione, diretta verso Marte, avrà l’obiettivo di dimostrare la fattibilità della propulsione nucleare elettrica in condizioni reali di volo interplanetario, una tecnologia considerata essenziale per ridurre i tempi di viaggio e aumentare la capacità di carico delle future missioni sul Pianeta Rosso. All’arrivo su Marte, la navicella rilascerà un payload di piccoli elicotteri – eredi dell’esperienza di Ingenuity – destinati a esplorare il territorio e preparare il terreno per i futuri arrivi umani, consolidando un approccio che vede nella Luna non il punto di arrivo, ma un laboratorio avanzato per le sfide ancora più complesse che ci attendono nel sistema solare.

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