La guerra ibrida è già qui, l'Italia prova a correre ai ripari

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   In questa cornice, il Consiglio Supremo di difesa italiano, riunitosi nello scorso novembre, ha esaminato un documento presentato dal ministro della Difesa dal titolo “Il contrasto alla guerra ibrida: una strategia attiva”. L'iniziativa, benché tardiva secondo alcuni osservatori, rappresenta un tentativo di colmare un vuoto conoscitivo e organizzativo di fronte a una minaccia sempre più articolata. Il testo, analizzando i molteplici risvolti del fenomeno, ha infatti il merito di portare la questione all'attenzione dei vertici dello Stato, ma al contempo certifica, in modo implicito, l'impreparazione del paese ad affrontare in modo sistematico e coordinato questa sfida. Mancano, a quanto pare, gli strumenti normativi, le strutture di analisi e le risorse dedicate per monitorare e reagire a operazioni che mirano a indebolire la coesione sociale e la sicurezza nazionale dall'interno.

L'impiego di queste tattiche costituisce, del resto, uno strumento privilegiato per attori statali che intendono perseguire i loro obiettivi senza incorrere in uno scontro militare aperto. Ne è un esempio evidente la strategia messa in atto dalla Russia, la quale, di fronte alle difficoltà incontrate in Ucraina e al declino delle sue capacità convenzionali, ha intensificato una campagna di pressioni asimmetriche ben oltre il teatro di guerra. Come documentato da inchieste giornalistiche, tra cui una dell'Associated Press che ha censito numerosi episodi riconducibili a Mosca, si tratta di una serie di operazioni mirate a creare disagi economici e insicurezza in Europa, con l'obiettivo di logorare il sostegno internazionale a Kiev, acuire le divisioni politiche tra i paesi alleati e testare i punti deboli delle difese continentali. Una strategia che punta a ottenere risultati strategici attraverso mezzi indiretti e spesso difficilmente attribuibili in modo univoco, sfruttando l'ambiguità e la deniabilità come scudi.

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