Trump annuncia storici accordi con big pharma su prezzi e investimenti

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha siglato, nel corso di una conferenza stampa tenuta alla Casa Bianca, un'intesa di portata storica con numerose case farmaceutiche leader a livello globale, puntando a ridurre in maniera significativa i costi dei farmaci per il mercato interno americano. L'accordo, che coinvolge quattordici colossi del settore, sia statunitensi che europei, si fonda sul principio della "nazione più favorita", il quale impone alle aziende di offrire i propri prodotti sul suolo americano allo stesso livello di prezzo praticato nel Paese in cui vengono venduti al valore più basso. Una mossa, questa, che riscrive le regole di un mercato tra i più redditizi al mondo e che, se applicata rigorosamente, potrebbe portare a un ribasso generalizzato per molti medicinali, sebbene alcuni osservatori sollevino interrogativi sulla possibilità che la misura possa, in alcuni casi, generare un aumento dei costi altrove, per compensare i minori ricavi negli Usa.

La risposta dell'industria e gli investimenti promessi

La pressione esercitata dall'amministrazione Trump, d'altronde, non costituisce un fenomeno isolato, poiché anche altri attori internazionali spingono per una revisione dei meccanismi di pricing, come dimostrano le sollecitazioni giunte al governo svizzero dall'associazione Interpharma, la quale già a novembre aveva lanciato l'allarme in seguito alla creazione, da parte di Washington, di una lista di Paesi di riferimento per il confronto dei prezzi. La risposta delle aziende, tuttavia, non si è limitata all'accettazione del nuovo framework sui costi, ma è stata accompagnata da impegni finanziari di vasta portata, volti a potenziare la ricerca e la produzione all'interno dei confini nazionali americani, in un'ottica che coniuga l'accessibilità economica dei farmaci con il rafforzamento industriale del Paese.

I piani miliardari di Novartis e Roche

Tra le realtà che hanno confermato i propri ambiziosi piani di spesa figurano in primo luogo le svizzere Novartis e Roche, le quali hanno ribadito con forza l'intenzione di canalizzare miliardi di dollari nell'economia statunitense. Novartis, in particolare, ha reiterato l'impegno a investire oltre ventitré miliardi di dollari nel corso dei prossimi cinque anni, un flusso di capitali che si è già tradotto, dall'inizio dell'anno, nell'annuncio di un centro di ricerca biomedica da oltre un miliardo a San Diego, nell'avvio dei lavori per un nuovo polo produttivo nella Carolina del Nord e nello sviluppo di ulteriori strutture dedicate alla produzione di terapie avanzate in Stati come California, Florida e Texas.

L'impegno di Genentech e gli scenari futuri

Per quanto riguarda il gruppo Roche, invece, è stata la sua controllata Genentech a dichiarare un piano d'investimento di cinquanta miliardi di dollari, una cifra che testimonia la volontà di radicare profondamente attività ad alto valore aggiunto sul territorio americano. Questi ingenti finanziamenti, che vanno ben oltre la semplice adesione al meccanismo di prezzo concordato con la Casa Bianca, delineano uno scenario in cui le major farmaceutiche, seppur chiamate a contenere i ricavi sulla vendita dei prodotti finiti, scelgono di compensare e di costruire nuova capacità produttiva e innovativa direttamente negli Stati Uniti, in un gioco di equilibri che tiene conto tanto delle esigenze di contenimento della spesa sanitaria pubblica quanto delle dinamiche geopolitiche ed economiche globali.

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