Pregliasco in commissione: ammessi finanziamenti da big pharma, scoppia la polemica
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Salute
-
L'audizione di Fabrizio Pregliasco dinanzi alla commissione parlamentare d'inchiesta sul Covid, concepita per esaminare le misure della prima ondata, ha assunto i toni di un confronto aspro e politicamente polarizzato, nel quale il virologo, attuale direttore della Scuola di specializzazione in Igiene e medicina preventiva dell'Università degli studi di Milano, ha riproposto le sue valutazioni sulla sicurezza dei vaccini, definendoli dotati di "una buona sicurezza ed effetti avversi non particolarmente pesanti". Dichiarazioni, le sue, che hanno riaperto un dibattito mai sopito, trasformando la seduta in un palcoscenico di accuse reciproche e di messe in discussione dell'autorevolezza stessa del consulente, il quale, durante il suo intervento, ha fatto una rivelazione che ha catalizzato l'attenzione generale.
La rivelazione sui finanziamenti e l'immediata reazione politica
È stato nel corso di questo acceso esame che Pregliasco ha reso noto di aver ricevuto, negli ultimi quattro anni, compensi da una lunga serie di aziende farmaceutiche, tra le quali Gsk, Sequirus, Bayer, Janssen, Sanofi, B&L, Lilly, Pfizer, Moderna, Novavax e P&G. Un'ammissione, questa, che ha fornito l'immediato *casus belli* agli esponenti di Fratelli d'Italia, i quali hanno colto l'occasione per mettere in dubbio l'attendibilità delle sue conclusioni scientifiche. La deputata Alice Buonguerrieri, per esempio, ha tuonato senza mezzi termini che "Pregliasco non è attendibile per i suoi conflitti d'interesse", sostenendo che la sua audizione fosse viziata alla radice da tali legami finanziari e che, di conseguenza, le sue parole non potessero essere considerate imparziali.
Il confronto serrato con il presidente Lisei
Oltre alla questione dei finanziamenti, la seduta è stata segnata da un vivace testa a testa tra il virologo e il presidente della commissione, Marco Lisei, il quale ha incalzato Pregliasco sulla tempestività delle decisioni assunte all'esordio della crisi sanitaria. Lisei, in particolare, ha voluto sapere "cosa faceva il 5 gennaio dopo l'avviso dell'OMS", spingendo l'audito a ricostruire le azioni intraprese in quei frangenti cruciali. Quel momento di frizione, che si è consumato tra le proteste dei commissari dell'opposizione, ha ulteriormente evidenziato le tensioni che percorrono l'indagine parlamentare, mostrando quanto il lavoro della commissione sia un terreno di scontro non solo scientifico, ma anche e soprattutto politico.
Le conseguenze dell'ammissione nel contesto dell'inchiesta
La confessione di aver percepito denaro da multinazionali del farmaco, sebbene non costituisca di per sé un illecito, ha inevitabilmente alterato la percezione pubblica del testimone e gettato un'ombra sulle sue argomentazioni. Se da un lato alcuni commissari hanno visto nelle sue risposte un utile chiarimento su "diversi aspetti della risposta del Paese alla pandemia", per altri, specialmente nella maggioranza, quell'elenco di sponsor ha rappresentato la prova tangibile di un conflitto di interessi che mina la credibilità di quanto affermato in sede istituzionale. La polemica, dunque, si è spostata dalla sostanza tecnica delle misure anti-Covid all'affidabilità di chi, in quel periodo, forniva pareri che hanno influenzato le scelte di governo.




