Angelini Pharma studia l’acquisizione della statunitense Catalyst
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Redazione Economia
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Il movimento silenzioso ma deciso delle grandi holding farmaceutiche torna a far tremare i mercati, e questa volta a muoversi è la famiglia Angelini. Nonostante il tradizionale riserbo che contraddistingue le aziende italiane a controllo familiare, Angelini Pharma starebbe infatti valutando l’acquisizione di Catalyst Pharmaceuticals, una realtà biofarmaceutica americana con una capitalizzazione di mercato che, al momento della stesura di questo articolo, sfiora i 3,6 miliardi di dollari. Secondo quanto anticipato dall’agenzia Bloomberg, che cita fonti vicine al dossier, i consulenti starebbero già lavorando a una possibile offerta, anche se le interlocuzioni sarebbero ancora in una fase definita “embrionale” da chi segue la vicenda. La notizia, filtrata nella giornata di ieri, ha subito scatenato una reazione violenta sul Nasdaq: il titolo Catalyst ha registrato un balzo a doppia cifra, un segnale inequivocabile di come Wall Street veda con favore l’ingresso di un partner europeo nel settore delle malattie rare. Sia l’una che l’altra società, va detto, hanno risposto con un secco “no comment” alle indiscrezioni, lasciando al mercato il compito di speculare su cifre e tempistiche.
L’assalto al mercato americano e la strategia di Marullo
A guidare questa possibile operazione è Sergio Marullo di Condojanni, che dallo scorso gennaio ha aggiunto il titolo di ceo di Angelini Pharma a quello di amministratore delegato di Angelini Industries, accentrando così il potere decisionale per velocizzare i processi internazionali. Non si tratta di un interesse improvviso: la volontà di espandere il raggio d’azione negli Stati Uniti, d’altronde, era stata dichiarata dallo stesso manager già nei mesi scorsi, quando aveva presentato la nuova governance del gruppo. Catalyst, con sede in Florida, rappresenterebbe per l’italiana un’occasione quasi obbligata per mettere un piede solido oltreoceano. L’azienda americana, specializzata in trattamenti per la sindrome di Lambert-Eaton e per la distrofia muscolare di Duchenne, possiede un portafoglio di farmaci consolidati – tra cui il Firdapse e l’Agamree – che si allineano perfettamente con l’interesse dichiarato di Angelini per i disturbi del sistema nervoso centrale e le patologie rare.
Le sinergie industriali nel settore delle malattie rare
Se l’operazione andasse in porto, Angelini si troverebbe improvvisamente a competere con i big del settore nella fascia più redditizia della ricerca farmaceutica. Quella delle malattie rare, infatti, è una corsa che non ammanda soste: negli ultimi due anni abbiamo assistito a un rimescolamento di carte impressionante, basti pensare all’Opa di Cvc su Recordati per capire quanto il settore sia liquido e contendibile. Catalyst, dal canto suo, non è nuova a questi lusinghieri interessamenti. La società guidata da Rich Daly negli ultimi dodici mesi ha visto le proprie azioni crescere di oltre il 24%, trainata da risultati finanziari migliori del previsto nel quarto trimestre del 2025. L’eventuale integrazione permetterebbe a Marullo di Condojanni di ridurre la dipendenza dell’azienda dai mercati europei, visto che oltre la metà dei ricavi di Angelini (che nel 2024 hanno sfiorato 1,2 miliardi di euro) arriva già dall’estero, ma con un peso specifico ancora limitato degli Usa.
L’incognita dei dossier e il muro di riserbo aziendale
Resta da capire se le interlocuzioni siano realmente mirate solo su Catalyst o se, come lascerebbe intendere un comunicato ufficiale della società italiana, la strategia sia più ampia. Angelini ha fatto sapere, attraverso i propri canali, che “la valutazione delle opportunità di crescita è parte integrante della strategia aziendale”, ma che non è detto che queste conversazioni sfocino in un’offerta concreta. In sostanza, sebbene Catalyst sia il nome su cui si concentrano ora i riflettori, potrebbe essere solo una delle tante pedine in gioco. Per la famiglia Angelini, che controlla l’azienda da quattro generazioni, un salto dimensionale così deciso comporterebbe anche uno sforzo finanziario notevole, ma la solidità patrimoniale del gruppo – che impiega oltre 2.800 dipendenti – lascia intendere che le risorse, eventualmente, non mancherebbero. In attesa di sviluppi, gli analisti di BofA Securities hanno già ribadito il rating di “Buy” su Catalyst, suggerendo che l’interesse del colosso italiano potrebbe non essere l’unico motore di crescita per l’azienda americana nei prossimi mesi.




