La frattura nel Golfo: quando gli alleati si bombardano nello Yemen
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Redazione Esteri
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Mentre il conflitto yemenita, un labirinto di alleanze in continua mutazione, prosegue da oltre un decennio trasformando l'antica "Arabia Felix" in un teatro di sofferenza, un nuovo e pericoloso fronte si è dischiuso proprio all'interno della coalizione che sostiene formalmente il governo riconosciuto di Aden. La competizione sotterranea tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, i due principali sponsor della fazione ufficiale contro gli Houthi filo-iraniani, è infatti esplosa in un atto di forza senza precedenti. Martedì, aerei sauditi hanno condotto raid sul porto di Mukalla, nel sud del paese, prendendo di mira almeno un paio di cargo che, secondo Riad, avevano trasportato un carico di blindati. Quelli, per essere precisi, inviati dagli Emiratini in favore dello Stc, il Consiglio di Transizione del Sud, la fazione separatista che punta al controllo totale delle regioni meridionali dello Yemen e che gode del sostegno di Abu Dhabi.
Il comunicato che segna una linea
L'azione militare, un episodio che svela al mondo l’ampiezza della frattura, non è rimasta senza spiegazioni ufficiali. I sauditi hanno accompagnato il bombardamento con un comunicato netto, nel quale hanno definito l’operato degli emiratini, e quindi il supporto ai separatisti del sud, una minaccia diretta alla sicurezza nazionale. Una dichiarazione che, al di là delle parole, suona come un ultimatum e segna una linea di confine in un’alleanza considerata fino a ieri monolitica. La guerra contro gli Houthi, che controllano saldamente la capitale Sana'a e il nord del paese, era il collante principale di questa intesa strategica; oggi, invece, diventa lo scenario dove le mire opposte di Riad e Abu Dhabi si scontrano apertamente, rivelando come gli interessi dei due giganti del Golfo siano ormai divergenti e, in questa fase, inconciliabili.
Uno scacchiere dentro lo scacchiere
La complessità del conflitto yemenita, del resto, risiede proprio nella sua natura stratificata, dove la guerra principale si fraziona in una serie infinita di micro-conflitti locali. Se da una parte il Consiglio Politico Supremo houthi, che può contare sul supporto di Teheran, vede rafforzata la propria posizione dall’indebolimento del fronte avversario, dall’altra il governo di Aden si trova stretto nella morsa di due protettori diventati rivali. Gli Emirati, infatti, pur essendo formalmente al fianco dell'Arabia Saudita nella coalizione anti-Houthi, hanno da tempo costruito una rete di influenza autonoma nel sud e lungo le coste yemenite, puntando su milizie locali e sul Southern Transitional Council per garantirsi un ruolo di primo piano nello strategico tratto di mare che va dal Golfo di Aden all'imboccatura del Mar Rosso. È questa espansione di potere, percepita da Riad come una intrusione nella sua sfera di influenza, ad aver acceso la miccia della contesa.
Le ricadute oltre lo Yemen
Le implicazioni di questa faida trascendono i confini dello Yemen martoriato, proiettandosi sull’intero equilibrio mediorientale e sulle relazioni con Washington, che vede nella stabilità del Golfo un cardine fondamentale della sua politica estera. La crescente rivalità tra due alleati storici degli Stati Uniti introduce un elemento di imprevedibilità in una regione già instabile, complicando ulteriormente qualsiasi tentativo di mediazione o di percorso diplomatico per risolvere la crisi yemenita. Lo scontro per il controllo di porti e rotte commerciali non è infatti solo una questione di prestigio regionale, ma tocca nervi scoperti dell'economia globale, rendendo la partita in corso un rischio concreto per la sicurezza marittima internazionale. La frattura nel Golfo, nata tra le macerie delle città yemenite, sta dunque riscrivendo le alleanze e disegnando una nuova, preoccupante, cartina del potere.




