Yemen, raid saudita su Mukalla dopo il ritiro degli Emirati. L’asse Riad-Abu Dhabi in frantumi

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Un video, diffuso dalla coalizione a guida saudita e difficilmente verificabile in modo autonomo, mostra quello che viene definito un attacco aereo chirurgico contro il porto di Mukalla, nello Yemen meridionale. Secondo le dichiarazioni ufficiali di Riad, l’operazione militare avrebbe preso di mira una spedizione proveniente dagli Emirati Arabi Uniti, i cui container – sempre secondo la versione saudita – nascondevano armi e munizioni destinate a fazioni separatiste locali, in particolare il Consiglio di Transizione del Sud. Una ricostruzione dei fatti che Abu Dhabi ha prontamente e nettamente respinto, affermando che il carico era invece destinato alle proprie forze armate schierate nell’area e non conteneva materiale bellico. L’episodio, di per sé grave, non è però isolato ma rappresenta piuttosto il culmine, drammatico e tangibile, di una frattura strategica che si è andata approfondendo nel tempo tra i due storici alleati del Golfo.

Il ritiro emiratino e la fine di un'alleanza

Proprio nelle ore che hanno preceduto o seguito il raid – la sequenza temporale resta oggetto di analisi – il governo degli Emirati Arabi Uniti ha annunciato la conclusione della presenza delle sue ultime unità antiterrorismo nel paese. Un ritiro formale, quello di Abu Dhabi, che in realtà corona un progressivo disimpegno avviato già dal 2019, ma che assume un significato politico dirompente se letto alla luce dell’ultimatum lanciato dal governo yemenita riconosciuto a livello internazionale, il quale, con un esplicito sostegno saudita, aveva chiesto alle forze emiratine di lasciare il paese entro ventiquattr’ore. Quella che era una missione residua si trasforma così nel simbolo di una spaccatura, ormai irreparabile, tra due visioni e due interessi nazionali sempre più divergenti nello scenario yemenita, dove per anni Riyadh e Abu Dhabi avevano combattuto fianco a fianco.

Interessi divergenti e scenari di competizione

La collaborazione, che per un decennio aveva costituito il perno della sicurezza regionale, mostrando una facciata di unità dopo le primavere arabe, lascia ora il posto a una competizione strisciante, quando non aperta. Gli obiettivi di lungo periodo delle due monarchie appaiono infatti non più allineati, con gli Emirati che hanno coltivato relazioni solide con formazioni come il Consiglio di Transizione del Sud, viste come un baluardo utile ai propri interessi strategici nel Corno d’Africa e nello stretto di Bab el-Mandeb. L’Arabia Saudita, dal canto suo, rimane fortemente impegnata a sostenere il governo di Aden, nel tentativo di preservare una certa unità nazionale yemenita e di contrastare l’influenza degli Houthi, considerati una minaccia diretta alla propria sicurezza interna. Questa divergenza di priorità, che alcuni osservatori avevano già colto da tempo, deflagra ora in modo plateale sul campo, trasformando il teatro yemenita da terreno di guerra per procura contro una milizia iraniana a spazio di confronto tra due ex fratelli d’arme.

Le implicazioni per un paese stremato

Le conseguenze di questa crisi tra alleati ricadono, come sempre accade, su una popolazione civile già stremata da anni di conflitto, carestia e difficoltà economiche inimmaginabili. L’escalation tra Riad e Abu Dhabi rischia di innescare nuovi focolai di violenza e di frammentare ulteriormente il già complesso mosaico di alleanze e milizie che si contendono il controllo del paese, minando ogni sforzo di mediazione politica e di stabilizzazione. Lo scontro, uscito allo scoperto con il raid su Mukalla e il conseguente ritiro emiratino, introduce dunque una variabile di instabilità del tutto nuova in una regione già sull’orlo del baratro, dove le tensioni non sembrano destinate a placarsi nel prossimo futuro, ma anzi a ridefinire gli equilibri di potere in tutto il Golfo.

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