Balzano i conti dello Ior, De Franssu lascia: «Non è più un paradiso fiscale»

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Quando si parla di una banca, specialmente se quella banca ha per secoli rappresentato l’enigma finanziario più sorvegliato del mondo, “mai dire mai” resta un principio sacrosanto. Lo sa bene Jean-Baptiste de Franssu, che dopo dodici anni alla guida dello Ior – l’Istituto per le opere di religione, meglio noto come “banca vaticana” – ha consegnato la presidenza al suo successore François Pauly, uomo dalle solide credenziali maturate presso la banca Rothschild. E lo ha fatto con un messaggio tanto secco quanto rilevante: l’istituto non è più quel paradiso fiscale opaco che molti ricordano. A sostanziare questa affermazione arrivano ora i numeri del bilancio 2025, un documento che racconta una trasformazione compiuta, sorretta da risultati record e da un rapporto – finalmente trasparente – con il clero e le opere religiose disseminate nel mondo.

Utile da 51 milioni, una crescita che parla da sola

La quattordicesima edizione del rapporto annuale dello Ior, pubblicata oggi, mette in fila cifre che pochi, solo un lustro fa, avrebbero saputo immaginare. L’utile netto per l’esercizio 2025 ha raggiunto quota 51 milioni di euro, segnando un incremento del 55,5 per cento rispetto al 2024. Un balzo che, come si legge nel comunicato dell’istituto, è stato trainato soprattutto dall’aumento della raccolta della clientela – un segnale di fiducia che non può essere liquidato come episodico. Di questi 51 milioni, quasi la metà – esattamente 24 – finiranno direttamente alla persona del Papa: una quota più che doppia rispetto all’anno precedente, visto che l’incremento per la Santa Sede sfiora il 75 per cento. Tradotto: le finanze vaticane, oggi, non solo reggono ma producono ricchezza in modo pulito e certificato.

Addio ai fantasmi del passato: la missione di De Franssu

Per comprendere l’importanza di questi risultati, occorre ricordare da dove si partiva. Lo Ior, per decenni, è stato sinonimo di conti blindati, strane intermediazioni e – in alcuni frangenti – perfino di inchieste giudiziarie che hanno toccato la cronaca nera con toni rispettosi ma inequivocabili: si pensi, ad esempio, al crac del Banco Ambrosiano o ai processi per riciclaggio che hanno coinvolto ex dirigenti. Oggi, De Franssu – che lascia dopo un mandato lungo più di un decennio – può permettersi di dichiarare che “non è più un paradiso fiscale”. Una frase che non suona come autodifesa, semmai come chiusura di un cerchio. Il successore Pauly, raccogliendo un istituto in buona salute, eredita una macchina messa a punto nei suoi ingranaggi più delicati: la compliance, i controlli antiriciclaggio, la separazione netta tra depositi delle opere religiose e gestioni patrimoniali opache. Tutto ciò che, una volta, era il tallone d’Achille dello Ior.

Il contesto dei mercati: tra difesa, cantieri e petrolio

La buona notizia per la banca vaticana, peraltro, non arriva in un vuoto economico. Anzi, si inserisce in una giornata finanziariamente densa, dove altri colossi hanno fatto sentire la loro voce. In Germania, Rheinmetall – il gigante della difesa – starebbe valutando la cessione della sua divisione auto, una mossa che confermerebbe la strategia del gruppo concentrata sugli armamenti. Nel settore cantieristico, Fincantieri ha chiuso il primo trimestre con un Ebitda in crescita e ha alzato la guidance per il 2026. Mentre dal comparto energetico, nonostante il conflitto che ancora insanguina il Medio Oriente, Aramco ha registrato un balzo degli utili del 26 per cento nel primo trimestre. In questo quadro, l’utile da 51 milioni dello Ior – pur di dimensioni incomparabilmente più piccole – assume un valore simbolico preciso: la finanza etica, o quanto meno quella vaticana, riesce a produrre risultati senza fare ricorso a paradisi fiscali o scatole cinesi.

La curva di crescita della raccolta, il dividendo destinato al pontefice e la guida tecnica di Pauly – che ha trascorso una vita alla Rothschild – suggeriscono che lo Ior non è più un problema per la Santa Sede, bensì una risorsa. De Franssu, nel passare il testimone, ha voluto sottolineare che “possiamo continuare a migliorare”. Detto da chi ha normalizzato l’anomalia più longeva della finanza mondiale, sembra più un atto di fiducia che un semplice saluto.

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