Morire di chirurgia estetica, l'ultima vittima è una donna ecuadoriana a Roma
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Redazione Interno
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Ana Sergia Alcivar Chenche, 47 anni, originaria dell’Ecuador, è morta dopo un intervento di liposuzione eseguito in uno studio privato nel quartiere Primavalle. Trasportata d’urgenza al Policlinico Umberto I a seguito di un malore, non ce l’ha fatta. Le indagini della polizia hanno subito fatto emergere un dettaglio inquietante: la struttura in cui è stata operata, attiva da tredici anni, non aveva l’autorizzazione necessaria per praticare interventi chirurgici.
A eseguire l’operazione sarebbe stato José Lizarraga Picciotti, chirurgo plastico di 65 anni, iscritto all’ordine dei medici ma già coinvolto in precedenti procedimenti per lesioni. La sua figura, sotto la lente degli investigatori, appare controversa: tra post su Instagram e auto di lusso, la sua carriera è costellata di ombre. Non è la prima volta che un caso del genere scuote l’opinione pubblica. Prima di Ana Sergia, altre donne – come Margaret Spada e Simonetta Kalfus – hanno pagato con la vita il desiderio di migliorare il proprio aspetto, affidandosi a strutture prive dei requisiti minimi di sicurezza.
La liposuzione, intervento considerato di routine e sempre più richiesto, comporta rischi non trascurabili. Tecnicamente, consiste nell’aspirazione del grasso in eccesso per modellare la silhouette, ma se eseguita in ambienti non idonei o da personale poco preparato, può trasformarsi in una trappola mortale. Quello della chirurgia estetica è un mercato in crescita, dove cliniche senza licenze offrono prezzi allettanti, attirando clienti ignari dei pericoli. Le cronache, purtroppo, continuano a restituire storie di corpi deturpati o, peggio, di vite spezzate.




