La morte di Ana Sergia dopo la liposuzione: indagini su uno studio "fantasma" e la testimonianza choc di un'ex paziente
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Redazione Interno
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Non appena ha varcato la soglia dello studio medico in via Francesco Roncati, a Roma, il compagno di Ana Sergia Alcivar Chenche ha capito che qualcosa non andava. La donna, 47enne originaria dell’Ecuador, era stata sottoposta a una liposuzione dal dottor José Lizarraga Picciotti, ma dopo l’intervento aveva accusato un malore. «Il medico ha detto di aver chiamato il 118, ma alla fine sono stato io a doverlo fare», ha raccontato l’uomo, mentre la fidanzata moriva poco dopo.
Le indagini, ancora in corso, hanno rivelato che lo studio operava da tredici anni senza autorizzazione, privo persino delle attrezzature basilari, come un defibrillatore. «Non c’erano cartelle cliniche, né documentazione», hanno confermato gli inquirenti, descrivendo una struttura “fantasma” in cui la sicurezza delle pazienti era lasciata al caso.
A complicare il quadro, la testimonianza di un’ex paziente di Picciotti, intervenuta a Pomeriggio Cinque: «Potevo essere io al posto suo». La donna, che si era sottoposta a un intervento simile quasi vent’anni fa, ha raccontato di essere sopravvissuta «per miracolo» dopo complicazioni gravissime: «Febbre a 41 gradi, pus, sangue. Ho dovuto affrontare altri dodici interventi». Eppure, anziché trasferirla in ospedale, il medico l’aveva tenuta nel suo studio, un dettaglio che oggi suona come un macabro precedente.
Intanto, la politica prova a correre ai ripari. Durante il recente congresso della Società Italiana di Medicina Estetica, il presidente dell’Omceo, Antonio Magi, ha annunciato l’introduzione di un QR Code obbligatorio per verificare l’autorizzazione degli studi: «Stiamo lavorando con la Regione Lazio», ha detto, senza però poter cancellare il ritardo di controlli che ha permesso tragedie come questa.




