Zelensky e il paradosso della guerra lunga: Mosca beneficia del caos in Iran
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Redazione Esteri
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La vastità del tabellone degli scacchi geopolitici, in questo scorcio di 2026, rivela spesso alleanze inaspettate e nemici oggettivi che si intersecano in modi paradossali. Volodymyr Zelensky, nel corso di un’intervista concessa ad Axios, ha voluto mettere in guardia l’Occidente – o forse semplicemente descrivere la realtà cruda che i suoi servizi segreti gli sottopongono quotidianamente – riguardo a un effetto collaterale letale del conflitto in Medio Oriente. Una guerra lunga, estenuante, quella che vede impegnati gli Stati Uniti contro l’Iran, non rappresenta affatto una distrazione innocua, bensì un vero e proprio moltiplicatore di forza per il Cremlino. “Ne sono sicuro”, ha dichiarato il presidente ucraino, “per la Russia si tratta di un vantaggio puro”. Il ragionamento, esposto con la consueta schiettezza che lo contraddistingue, si basa su un pilastro logico inossidabile: ogni missile Patriot o contraerea che finisce per proteggere le basi americane nel Golfo Persico o i cieli di Israele, è un proiettile in meno a disposizione delle brigate che cercano di arginare l’avanzata russa nel Donbass.
E non si tratta solo di hardware. Il presidente ha toccato un tasto estremamente dolente, quello delle sanzioni, osservando come la volatilità dei mercati energetici – alimentata dalle tensioni sullo Stretto di Hormuz – stia di fatto annacquando le misure restrittive precedentemente imposte a Mosca. Il petrolio che sale, le esportazioni russe che trovano nuove falle nelle maglie del blocco occidentale: è una boccata d’ossigeno che arriva dritta nelle casse dello stato aggressore, proprio mentre Kiev si trova a dover razionare le munizioni per i suoi lanciatori. È il paradosso amaro di un mondo interconnesso, dove un'esplosione in una raffineria saudita può tradursi in un bombardamento più intenso su Kharkiv.
L’ombra dei servizi: spionaggio satellitare e basi sotto tiro
C’è poi un secondo livello, molto più inquietante, che riguarda l’intelligence attiva sul campo. Zelensky, in una successiva apparizione pubblica (rilasciata a NBC News), ha alzato ulteriormente il tiro, sostenendo di essere certo “al 100%” che i servizi segreti russi abbiano fornito supporto diretto a Teheran per colpire gli interessi americani. “Sappiamo – ha affermato – che se i russi riprendono le immagini di un’area una prima volta, significa che si stanno preparando”. La tesi, suffragata da elementi forniti dai servizi di Kiev, suggerisce che Mosca non si limiti a guardare da lontano, ma giochi attivamente per alzare la posta in gioco, cercando di infliggere il massimo danno possibile alle forze occidentali.
L’esempio più eclatante riguarda un sofisticato Boeing E-3 Sentry (un Awacs, per intenderci), dal valore di quasi mezzo miliardo di dollari, che sarebbe stato danneggiato o colpito durante le operazioni. Secondo la ricostruzione di Zelensky, dietro la precisione di quel colpo ci sarebbe proprio la mano di Mosca, che avrebbe fornito dati di puntamento essenziali. Un’accusa pesantissima, che trova un contraltare nei movimenti orbitali osservati nelle scorse settimane: fonti di intelligence hanno verificato che un satellite radar russo, noto come “Neutron”, ha effettuato passaggi mirati sulla base di Diego Garcia e su altre installazioni strategiche anglo-americane. La logica, per quanto cinica, è chiara: più il Pentagono sanguina in Medio Oriente, minore sarà la pressione sulla Manica di Tiro, e maggiori saranno le concessioni che Trump potrebbe strappare a Kiev.
Il nodo del Donbass e le garanzie americane
Proprio su questo scambio implicito si gioca la partita più delicata. La Casa Bianca, con Trump tornato alla presidenza, sembra aver subordinato la firma di trattati vincolanti di sicurezza a una precondizione inaccettabile per molti ucraini, ma che riflette la stanchezza americana per un conflitto lungo tre anni. Secondo quanto riferito da Zelensky in un intervento del 28 marzo scorso, Washington avrebbe fatto sapere a Kiev che la porta per la Nato o per garanzie bilaterali solide si aprirà solo dopo che le truppe di Kiev si saranno ritirate dall’intero territorio del Donbass.
Una richiesta che, nelle intenzioni dello stato maggiore ucraino, suona come un vero e proprio ultimatum: cedere il terreno riconquistato a caro prezzo per ottenere la protezione necessaria a non perdere il resto del paese. “Non prima di un cessate il fuoco, non alla fine della guerra, ma dopo il ritiro”, ha sottolineato il leader ucraino, evidenziando una disparità di forze nella trattativa che il conflitto in Iran non fa che amplificare. Se gli aiuti militari diminuiscono a causa della crisi in Medio Oriente, la leva diplomatica americana per imporre un “gelo” del conflitto diventa automaticamente più potente.
Incidenti di confine e la reazione dei baltici
Mentre il mondo guarda con apprensione a quello che accade tra le dune dell’Arabia e le coste iraniane, il fronte orientale europeo continua a registrare “incidenti tecnici” carichi di tensione. Nella scorsa settimana, alcuni droni di fabbricazione ucraina – probabilmente deviati dal loro corso o disturbati dalla guerra elettronica russa – sono penetrati nello spazio aereo di tre paesi baltici: Lettonia, Lituania ed Estonia.
Le autorità di Kiev hanno immediatamente assunto la responsabilità morale dell’accaduto, porgendo le scuse ufficiali alle popolazioni baltiche e spiegando che si è trattato di un tragico errore causato dalle contromisure elettroniche nemiche. Vilnius, Riga e Tallinn, pur esprimendo ferma preoccupazione per la violazione della loro sovranità, hanno mostrato una sorprendente capacità di leggere il contesto. “Comprendiamo – ha dichiarato il presidente della Lituania, Gitanas Nauseda – che il principale responsabile di queste deviazioni è la Russia e le minacce che questa porta a Kiev”. Una solidarietà che tiene, nonostante i danni collaterali, a testimonianza di quanto il fronte della paura sia ancora compatto di fronte a un nemico comune.




