Dal “mare a quadretti” alla crisi idrica: così è cambiata la risicoltura

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il “mare a quadretti” – quella distesa d’acqua che tra aprile e giugno si stendeva tra Vercelli, Novara e Pavia, con le piantine di riso appena germogliate sotto il pelo dell’acqua – non c’è più. Restano chiazze allagate qua e là, visibili dal treno o dall’autostrada, residuo di un paesaggio che trent’anni di cambiamenti hanno trasformato. La mietitura è cominciata in anticipo, già ad agosto, e la conta dei danni della siccità prolungata è tutt’altro che conclusa, aggravata da temporali tardivi che hanno piegato le spighe a terra e bruciato i chicchi.

La fine della sommersione tradizionale

Il cambiamento più profondo riguarda le tecniche di coltivazione. Nella pratica convenzionale, l’allagamento primaverile serviva a proteggere il seme e la piantina neonata, mantenendo costante la temperatura della coltura e ritardando il deflusso delle acque di falda, che restavano trattenute nei campi e venivano rilasciate gradualmente a inizio estate.

Da una ventina d’anni ha preso sempre più piede la coltivazione in semi-asciutta: le piante vengono allagate per un periodo molto più breve, all’inizio dell’estate, e l’acqua accumulata con le piogge primaverili defluisce più rapidamente verso i fiumi, impoverendo la falda. Oggi circa la metà del riso italiano è coltivato in asciutta, con punte del 70% nelle province di Milano, Lodi e Pavia.

Il risultato è un paesaggio che ha perso la sua unicità: le risaie somigliano sempre più a un qualsiasi campo della pianura padana, e le conseguenze agronomiche si fanno sentire, dalla maggiore difficoltà nel controllo delle infestanti alla perdita di terreno fertile portato via dal vento.

Siccità e stato di calamità

Il 2026 si sta rivelando una delle annate più difficili per il comparto. La giunta regionale del Piemonte ha dichiarato lo stato di emergenza per la crisi idrica, e la Baraggia biellese e vercellese – area a denominazione di origine protetta – è tra le zone più colpite: circa 20.000 ettari di risaie risultano compromessi in modo irrecuperabile, con 800 aziende agricole a rischio tracollo.

Il Lago Maggiore è sceso sotto lo zero idrometrico, con un riempimento a singola cifra, e il canale Regina Elena ha visto la portata dimezzarsi rispetto ai valori abituali. Il Consorzio di bonifica della Baraggia ha chiesto ai 36 sindaci dell’area di sottoscrivere la richiesta di riconoscimento dello stato di calamità naturale e di attivarsi presso il governo per misure di sostegno economico. Le stime indicano un calo produttivo complessivo attorno al 10%, con punte fino al 30% proprio in Baraggia e Lomellina.

Il crollo dei prezzi e la concorrenza asiatica

Alla crisi climatica si sovrappone quella di mercato. Nella campagna commerciale 2025/2026 i prezzi del risone hanno fatto segnare riduzioni comprese tra il 40% e il 50% per le varietà da risotto simbolo del Made in Italy, come Arborio e Carnaroli. I costi di produzione, al contrario, sono rimasti elevati: i concimi hanno registrato aumenti fino al 70%, il gasolio agricolo è salito del 45% e l’urea del 38%.

La presidente dell’Ente Nazionale Risi, Natalia Bobba, ha parlato di “livelli di guardia non più sostenibili”, avvertendo che se il riso smette di essere remunerativo gli agricoltori saranno costretti a virare su mais o soia, con la perdita di migliaia di ettari di risaia e dell’indotto che vi ruota attorno. A pesare è anche la pressione delle importazioni: nel 2025 sono arrivati in Italia oltre 300 milioni di chili di riso straniero, in aumento del 10% rispetto all’anno precedente, e l’80% proviene dall’Asia.

Coldiretti denuncia l’assenza di reciprocità negli standard produttivi: ai produttori italiani vengono imposti vincoli sempre più rigorosi, mentre i prodotti che arrivano dall’estero non rispettano gli stessi parametri.

Acqua e programmazione: le richieste della filiera

Di fronte a questo quadro, le organizzazioni agricole hanno indicato priorità precise. Cia-Agricoltori Italiani ha chiesto alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in occasione dell’inaugurazione di Risò a Vercelli, investimenti per potenziare gli invasi e nuovi bacini che garantiscano disponibilità idrica sicura, insieme a contratti di filiera e strumenti efficaci di tutela del mercato.

Il presidente di Cia, Cristiano Fini, ha spiegato che “gli sbalzi climatici saranno ormai costanti e periodici” e che occorre calendarizzare la gestione delle risorse già da ottobre. Coldiretti ha chiesto la convocazione del Tavolo Nazionale della Filiera Risicola e l’istituzione di un fondo dedicato ai contratti di filiera nell’ambito del piano “Coltiva Italia”, oltre all’attivazione di un bando per destinare riso 100% italiano alle famiglie in difficoltà.

Sul fronte commerciale, la richiesta è di riconoscere il riso come prodotto sensibile e di non prevedere nuove concessioni negli accordi di libero scambio.

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