Il quadro temporaneo sugli aiuti di Stato: l’Ue concede la deroga, ma l’Italia guarda senza poter spendere
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Redazione Economia
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La Commissione europea, di fronte all’impennata dei prezzi delle materie prime e alle turbolenze che continuano a propagarsi lungo le catene di approvvigionamento, ha deciso di allentare le maglie della concorrenza. Il via libera di Bruxelles al quadro temporaneo noto come METSAF – acronimo che sta per Middle East Temporary State Aid Framework – arriva in un momento in cui i bilanci nazionali, specialmente quelli dei paesi mediterranei, sono già messi a dura prova da mesi di inflazione galoppante e da una crescita ormai stagnante. Questa misura, che resterà in vigore fino al 31 dicembre 2026, rappresenta una boccata d’ossigeno solo per chi può permettersi di iniettare liquido nei settori più martoriati: agricoltura, pesca, trasporti e industria ad alta intensità energetica. Il meccanismo, almeno sulla carta, è chiaro: i governi potranno compensare fino al 70% dei costi aggiuntivi sostenuti dalle imprese per il rincaro di carburanti e fertilizzanti, calcolando la differenza tra i prezzi correnti e un valore storico di riferimento precedente allo scoppio della crisi.
Tuttavia, la possibilità di attingere a queste nuove risorse si scontra con una realtà fiscale oggettiva: lo spazio di manovra per un paese come l’Italia è ridotto al lumicino. Non si tratta di una svista tecnica, ma di una contraddizione strutturale profonda che la governatrice della Bce, Christine Lagarde, aveva più volte segnalato nei suoi interventi pubblici prima dell’estate. Mentre il regime degli aiuti di Stato diventa più flessibile, il Patto di stabilità e crescita – tornato pienamente in vigore – comprime qualsiasi velleità espansiva, imponendo un percorso di rientro dal debito che i tecnici di Palazzo Chigi faticano a rispettare. L’esecutivo guidato da Giorgia Meloni, che pure aveva chiesto a gran voce una sospensione generalizzata delle regole fiscali per slegare la spesa strategica dai vincoli di bilancio, si trova ora a dover gestire un paradosso: l’Europa apre il rubinetto degli aiuti statali, ma tiene chiusa la saracinesca della finanza pubblica.
Una beffa annunciata e i conti senza pace
La beffa, per l’Italia, è sotto gli occhi di tutti e rischia di amplificare il divario interno alla zona euro. Berlino e Parigi, con margini di indebitamento ben più ampi, potranno stanziare sussidi immediati senza timore di innescare procedure per disavanzo eccessivo; Roma, al contrario, deve fare i conti con un debito pubblico che sfiora nuovi record e con una procedura d’infrazione che già pende sul collo del paese per lo sforamento del 3% del Pil. Per questo motivo, come riportano le cronache dei palazzi comunitari, l’Italia ha tentato invano di collegare i due dossier: da un lato la richiesta di flessibilità sugli aiuti di Stato, dall’altro la necessità di sospendere il Patto per non compromettere la ripresa. Un tentativo di mediazione che il governo vorrebbe rilanciare in sede di Consiglio, ma che al momento non ha trovato terreno fertile né nella squadra di Ursula von der Leyen né tra i paesi nordici, tradizionalmente restii a concedere sconti ai paesi del Sud.
I numeri, del resto, sono impietosi: in appena sessanta giorni di conflitto, la spesa aggiuntiva per le importazioni di combustibili fossili ha superato i 27 miliardi di euro, con una perdita secca di quasi mezzo miliardo al giorno. Una emorragia finanziaria che rende ancora più paradossale la situazione italiana, costretta a guardare le misure Ue da spettatrice non pagante, o meglio, pagante ma senza la possibilità di intervenire attivamente. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, nei giorni scorsi aveva definito queste misure come “pannicelli caldi” di fronte a una ferita che richiederebbe interventi strutturali ben più coraggiosi. L’unica strada percorribile, in questa fase, sembra essere quella di una riallocazione interna delle risorse, magari dirottando quote del Pnrr o attingendo ai fondi del Mes (il Meccanismo europeo di stabilità) per tamponare l’emergenza; un’ipotesi, questa, che però non risolve il nodo politico principale, ovvero la mancata tempestività degli aiuti.
L’ombra della crisi mediorientale sulla produzione industriale
Guardando al dettaglio tecnico del provvedimento, la Commissione ha previsto due strade principali per accedere ai fondi. La prima è basata sul consumo reale e sull’effettivo extra-costo documentato dall’impresa, una procedura trasparente ma macchinosa che rischia di rallentare l’erogazione dei soldi proprio quando le aziende hanno bisogno di liquidità immediata. La seconda, più snella, prevede un importo forfettario fino a 50 mila euro per beneficiario, concepito per le microimprese e i piccoli operatori dei settori della pesca e dell’agricoltura, i quali non sono tenuti a fornire prove dettagliate del loro consumo effettivo. Per le industrie energivore, invece, l’intensità massima dell’aiuto sale al 70% anche per i costi dell’elettricità, coprendo fino alla metà del consumo totale; un’agevolazione che, nelle intenzioni di Bruxelles, dovrebbe evitare la desertificazione industriale delle aree più esposte alla crisi.
Eppure, anche questi paletti rischiano di rivelarsi insufficienti senza un contesto macroeconomico stabile. Il conflitto in Medio Oriente – che nelle carte ufficiali dell’Ue viene sempre indicato come “crisi nel Golfo” – ha innescato un effetto domino sui costi dei fertilizzanti, arrivati a costare il 61% in più rispetto all’anno precedente, e sul diesel, aumentato del 21% su base annua. Si tratta di rincari che, moltiplicati per il fabbisogno nazionale, rendono vano qualsiasi tentativo di aiuto isolato se non sostenuto da una politica fiscale espansiva. Il rischio, concreto, è quello di assistere a una chiusura temporanea delle linee produttive, specialmente nel settore della logistica e dei trasporti su gomma, dove i margini, già limitati al 2-3% prima della guerra, sono ormai diventati insostenibili.
Le categorie economiche, dal canto loro, hanno accolto il provvedimento con un misto di sollievo e frustrazione. Sollievo perché, dopo mesi di pressioni, la Commissione ha finalmente riconosciuto la natura eccezionale della crisi; frustrazione perché, ancora una volta, l’accesso alle risorse dipende dalla salute dei conti pubblici nazionali, penalizzando di fatto i paesi che avrebbero più bisogno di intervenire. L’Italia, in questa partita, gioca dunque con il freno a mano tirato: può usufruire delle nuove regole, ma solo a patto di tagliare altrove o di indebitarsi ulteriormente, alimentando quella spirale di sfiducia che i mercati finanziari osservano con attenzione. La partita, per il governo, si giocherà nei prossimi mesi, quando il quadro METSAF entrerà a pieno regime e diventerà evidente se le risorse stanziate riusciranno a raggiungere il tessuto produttivo prima che sia troppo tardi.




