Giro d’Italia 2026, seconda tappa in Bulgaria tra salite e affari

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Sport Redazione Sport   -   Burgas, una città che profuma ancora di sale e di asfalto rovente per la volata del giorno precedente, si appresta a salutare il gruppo. Oggi, sabato 9 maggio, la carovana rosa affronta la seconda frazione, un lungo transfer di 221 chilometri che dalla costa del Mar Nero si inoltra nelle pieghe interne dei Balcani per concludersi a Veliko Tarnovo, l’antica capitale bulgara appollaiata sulle sue colline. Se il primo giorno aveva regalato un assaggio di mare e il successo a Paul Magnier, questa tappa, la seconda più lunga dell’edizione, ha il sapore di una vera e propria “classica” in miniatura. Il percorso, infatti, non concede tregua: dopo un centinaio di chilometri sostanzialmente pianeggianti che attraversano la valle fino a Sliven, la strada inizia a mordersi la coda.

Il gran premio della montagna di Byala Pass (terza categoria) e subito dopo il Vratnik Pass spezzeranno le gambe al plotone, ma è l’ultima asperità di giornata, il Lyaskovets Monastery Pass, a rappresentare il vero banco di prova. Situato a soli 11 chilometri dal traguardo, questo strappo di 3,9 chilometri presenta pendenze mediamente vicine al 7%, con punte al 14% capaci di mettere in crisi anche i migliori. La discesa che segue non è un semplice riposo: l’ingresso nel centro storico di Tsarevets è lastricato di porfido, con brevi e cattivi strappi che precedono la passerella finale verso il traguardo. Un tracciato, questo, che sembra disegnato su misura per i finisseur e gli attaccanti, un teatro ideale dove potrebbero iniziare a vedersi i primi veri distacchi tra i pretendenti alla classifica.

Il business della “Grande Partenza” bulgara

Mentre i corridori si preparano a sudare sulle rampe dei Balcani, dietro le quinte del Giro si muovono interessi economici ben più pesanti delle biciclette in carbonio. È ormai una prassi consolidata, vol voluta da Urbano Cairo, patron di Rcs e della Gazzetta dello Sport, quella di esportare le prime tre tappe oltre confine. Ufficialmente, si parla di abbattimento delle barriere e di idealismo europeo. In realtà, come spesso accade nel ciclismo moderno, il motore è puramente economico: i governi ospitanti pagano cifre milionarie per portare la corsa rosa nei propri territori, un investimento giustificato dal presunto ritorno turistico e di immagine. La Bulgaria, dopo aver già ospitato la partenza della tappa inaugurale, spera che le telecamere puntate sulle valli e sui monasteri trasformino gli spettatori in futuri viaggiatori. Che il gioco valga la candela, per le casse degli organizzatori, è fuori discussione: 18 milioni di appassionati nel mondo seguono l’evento, un bacino pubblicitario che nessun paese sottovaluta.

Un finale da scattisti e attenzione ai giovani

Se la prima tappa era stata un affare per i velocisti puri (con la caduta a inficiare la volata di Jonathan Milan, quarto sul traguardo di Burgas), oggi il copione è destinato a capovolgersi. Sarà praticamente impossibile per le squadre dei passisti controllare una fuga per oltre 200 km per poi organizzare un treno in una salita come quella del monastero. Gli occhi sono puntati sui cosiddetti “puncheur”, quei corridori esplosivi capaci di reggere su pendenze a due cifre. I nomi sulla carta sono tanti, ma spiccano le figure di Jan Christen (UAE), un corridore che sembra avere il physique du rôle perfetto per questi finali, e Corbin Strong (NSN), la cui velocità potrebbe fare la differenza se il gruppo dovesse ricompattarsi. Occhio anche a Edoardo Zambanini (Bahrain) e ovviamente a Giulio Ciccone (Lidl-Trek), che ha già dichiarato di cacciare tappe su tappe. Per Magnier, l’attuale maglia rosa, difendere il simbolo del primato su queste rampe sembra una missione impossibile.

La generazione del ricambio e gli Azzurri in controtendenza

La composizione del plotone di quest’anno, composto da 23 squadre per un totale di 184 corridori, racconta anche una storia statistica curiosa. L’Italia, nonostante sia la nazione organizzatrice, schiera soltanto 41 corridori al via. Un dato, questo, che rappresenta il minimo storico nella lunga tradizione della Corsa Rosa. Gli italiani sono 7 in meno rispetto all’edizione precedente, un segnale forse di un cambio generazionale o di una selezione sempre più internazionale. A controbilanciare questa flessione numerica c’è però la freschezza dei volti nuovi. Il varesino Filippo Turconi (Bardiani) è il più giovane in gara: con i suoi 20 anni e 200 giorni, precede di poco il basco Markel Beloki (Movistar). Il loro, un po’ come quello di tutta la corsa in questa calda primavera balcanica, è il tentativo di scrivere la prima pagina del futuro davanti agli occhi di un pubblico che, dal Colosseo alla costa bulgara, non vede l’ora di emozionarsi.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.