Il mare restituisce quindici corpi tra Calabria e Sicilia, l’ipotesi del naufragio fantasma sulla rotta algerina

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il Tirreno, in questi ultimi giorni, sta facendo riaffiorare sulle coste italiane corpi senza vita, un numero che ormai ha raggiunto la drammatica cifra di quindici salme recuperate tra la Calabria e la Sicilia. Un conto, questo, che emerge dalla conta dei ritrovamenti susseguitisi senza sosta, come quello avvenuto ieri sera nella frazione di Frassino, nel comune di Custonaci, nel Trapanese, dove i vigili del fuoco del comando provinciale, su richiesta dei carabinieri intervenuti intorno alle 19:45, hanno recuperato un cadavere in avanzato stato di decomposizione, operazione conclusasi solo intorno alle 22:30 con l’ausilio della Capitaneria di porto di San Vito Lo Capo. Ma la costa siciliana, che già nei giorni scorsi era stata teatro di analoghi rinvenimenti a Marsala, Trapani e sull’isola di Pantelleria, non è l’unica scenario di questa emergenza umanitaria.

Parallelamente, sul versante tirrenico calabrese, la sequenza di scoperte macabre ha portato gli investigatori a interrogarsi sulla possibilità che non si tratti di episodi isolati, bensì dei tragici strascichi di un unico, grande evento. Quattro corpi, stando alle prime ricostruzioni, sono stati restituiti dal mare nell’arco di dieci giorni lungo la costa che da Scalea arriva fino a Tropea. Proprio a Tropea, ieri, un gruppo di studenti di un istituto scolastico locale ha assistito a una scena agghiacciante: dalla finestra della scuola, affacciata sul mare, hanno visto ondeggiare tra i flutti un, che indossava un giubbotto salvagente di colore arancione fluorescente; un dettaglio, quest’ultimo, che confermerebbe la volontà di affrontare una traversata, ma che di fronte alla furia delle mareggiate si è rivelato del tutto inutile.

Ciò che inquieta gli inquirenti, al di là dell’evidente tragedia, è la compatibilità geografica dei ritrovamenti: la totalità dei corpi sta emergendo lungo il Tirreno, una caratteristica che renderebbe plausibile la cosiddetta rotta Algeria-Sardegna, l’unica che percorre quel tratto di mare, discostandosi dalle tradizionali tratte che dall’Africa settentrionale puntano direttamente sulle coste ioniche. La mancanza di richieste di soccorso, di coordinate precise da parte di qualche nave in difficoltà, alimenta l’ipotesi che si possa essere consumato un naufragio fantasma, di quelli che avvengono nel silenzio totale, senza che nessuno possa lanciare l’allarme o fornire una testimonianza diretta.

Recuperi continui e condizioni meteo avverse, il contesto del ciclone Harry

A rendere ancora più complessa la ricostruzione della dinamica, contribuisce il contesto meteorologico che ha flagellato il Mediterraneo nelle settimane precedenti. Le forti mareggiate, provocate dal ciclone Harry che aveva già messo in ginocchio diverse regioni italiane, potrebbero aver fatto da innesco a questi naufragi, rendendo il mare una trappola mortale per imbarcazioni di fortuna sovraccariche di uomini, donne e bambini. I corpi, alcuni dei quali riversati sulla battigia a Paola o nelle acque antistanti il lungomare di Marsala, dove le operazioni di recupero erano state rese particolarmente difficoltose proprio per il moto ondoso, rappresentano l’unica, tragica testimonianza di viaggi della speranza trasformati in tombe d’acqua.

I cadaveri, molti dei quali in avanzato stato di decomposizione, sono stati trasportati dalle correnti per poi essere restituiti alla terraferma dalle stesse tempeste che ne hanno causato la morte. A Marsala, qualche giorno prima del ritrovamento di Custonaci, un era stato avvistato proprio al largo del lungomare sud, con ancora indosso un giubbotto salvagente, a simboleggiare l’estrema e inutile precauzione presa da chi sperava di farcela. Non ci sono, al momento, elementi certi per stabilire se si tratti di vittime di uno stesso barcone affondato o di imbarcazioni diverse, inabissatesi in punti differenti del Tirreno, ma la concentrazione temporale dei recuperi suggerisce agli inquirenti un filo conduttore.

La procura della Repubblica, come in casi analoghi, ha aperto un fascicolo per accertare le cause della morte e, soprattutto, per cercare di dare un nome a queste vittime. Un compito immane, dato che spesso sui corpi non vengono trovati documenti e gli effetti personali, quando ci sono, sono così degradati da risultare inutilizzabili. Ogni salma recuperata, dalla spiaggia di Tropea fino a quella di Custonaci, diventa così un numero, un tassello di un mosaico di morte che potrebbe essere molto più grande di quanto emerso finora, considerando che le correnti potrebbero aver sparso i resti su un’area vastissima, magari disperdendone molti altri nei fondali.

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