Takaichi, un discorso a tre dimensioni: Cina, costituzione e il nodo della successione imperiale

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nel suo primo discorso programmatico dopo la storica vittoria elettorale dell’8 febbraio, la prima ministra giapponese Sanae Takaichi ha delineato davanti alla Dieta i pilastri di un’azione di governo che si preannuncia tutt’altro che di ordinaria amministrazione. Forte di una maggioranza qualificata alla camera bassa – 316 seggi su 465, un risultato che non si vedeva dal dopoguerra – la leader del Partito Liberal Democratico (PLD) ha intrecciato nel suo intervento tre fili conduttori destinati a ridefinire l’identità del Giappone: una svolta netta in politica economica, un deciso rafforzamento del profilo di sicurezza e, sullo sfondo, la riapertura di due dossier spinosi come la revisione della Costituzione pacifista e la riforma della legge sulla successione imperiale -5-10.

Il primo messaggio, forte e chiaro, riguarda la fine dell’austerità. Takaichi ha usato parole nette per seppellire le politiche di rigore fiscale prolungato, parlando di un "circolo vizioso di eccessiva austerità e cronico sottoinvestimento" da interrompere immediatamente. La sua ricetta, che qualcuno già battezza Takaichinomics, punta a sbloccare la crescita potenziale del paese attraverso una iniezione massiccia di risorse pubbliche in settori strategici: intelligenza artificiale, semiconduttori e cantieristica navale sono i tre pilastri su cui la premier intende costruire il rilancio -2-7. L’approccio, ha spiegato, sarà "responsabile e proattivo", e si tradurrà in quadri di bilancio pluriennali pensati per attrarre investimenti privati e innescare quel circolo virtuoso tra spesa pubblica e crescita che per decenni è mancato all’arcipelago -1. Non solo: per finanziare il potenziamento delle capacità di difesa, è già stata annunciata una nuova imposta sul reddito dell’1% a partire dal gennaio 2027, un segnale concreto di come la premier intenda mettere mano al portafoglio dei cittadini per perseguire i suoi obiettivi di sicurezza nazionale -7.

Sul fronte della politica estera e di difesa, il discorso di Takaichi ha assunto toni che non lasciano spazio a fraintendimenti. Pur ribadendo la volontà di mantenere relazioni "costruttive e stabili" con Pechino, la premier ha definito l’ambiente di sicurezza che circonda il Giappone come il "più severo e complesso" dal dopoguerra, puntando il dito contro l’aumento delle attività militari cinesi e i tentativi di modificare lo status quo con "la forza e la coercizione" -1-6. È in questo contesto che si inserisce l’annuncio di un potenziamento dell’apparato di intelligence: l’attuale Ufficio per la Ricerca e l’Intelligence del Gabinetto verrà elevato al rango di agenzia nazionale, con un comitato direttamente presieduto dalla prima ministra, una mossa che mira a contrastare quelle che Takaichi ha definito "ingerenze straniere ingiustificabili" -1-6. E a marzo è atteso il primo viaggio a Washington per incontrare Donald Trump, con l’obiettivo dichiarato di cementare l’alleanza con gli Stati Uniti, considerata la pietra angolare dell’intera architettura di sicurezza nipponica -1-6.

Il terzo pilastro, quello che incide più profondamente sull’identità costituzionale del paese, è stato affrontato con la cautela necessaria ma con una determinazione di fondo inequivocabile. Takaichi ha espresso l’auspicio che si possa "creare un ambiente per tenere un referendum il prima possibile" e ha invitato i partiti a un dibattito approfondito per giungere a una proposta di emendamento in tempi rapidi -3-4. L’obiettivo, a lungo accarezzato dalle frange più conservatrici del PLD, è di rivedere l’articolo 9 della Costituzione, quello che rinuncia alla guerra e al mantenimento di forze di guerra, per sancire esplicitamente l’esistenza delle Forze di Autodifesa -3. Sebbene la maggioranza dei due terzi alla camera bassa sia stata raggiunta, il percorso resta in salita: al Senato la coalizione di governo non dispone dello stesso margine, e un eventuale emendamento dovrebbe comunque superare il vaglio di un referendum popolare, un passaggio tutt’altro scontato dato un elettorato tradizionalmente legato ai princìpi pacifisti del dopoguerra -3-4.

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