Droga nel centro migranti di Roma: il patto albanesi-nigeriani e il ruolo degli italiani

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Nel cuore di Roma Est, un centro di accoglienza per migranti è diventato l’epicentro di un traffico di droga che ha visto coinvolti gruppi criminali albanesi e nigeriani, con italiani relegati a ruoli marginali di fiancheggiatori. La struttura, situata in via della Riserva Nuova, non ospitava solo richiedenti asilo e rifugiati, ma nascondeva anche ingenti quantitativi di marjuana albanese, pronta per essere smerciata in Italia e nel Nord Europa. I corrieri, reclutati tra i migranti nigeriani presenti nel centro, erano incensurati e in possesso di permessi di soggiorno provvisori, condizioni che li rendevano facili prede per i trafficanti.

Secondo le indagini dei carabinieri, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia (Dda) e dalla Direzione centrale dei servizi antidroga, i nigeriani avevano stretto accordi con i gruppi albanesi, stabilendo una divisione territoriale delle attività illecite. Gli italiani, invece, erano stati coinvolti principalmente come prestanome, incaricati di noleggiare auto o intestarsi veicoli “puliti” per facilitare il trasporto della droga dalla Puglia a Roma. Un sistema ben organizzato, che ha visto quintali di sostanze stupefacenti viaggiare lungo lo Stivale senza destare sospetti, almeno fino all’intervento delle forze dell’ordine.

L’operazione, battezzata “Tibus” dal nome del capolinea dei pullman alla stazione Tiburtina, ha portato all’arresto di decine di corrieri africani, trovati in possesso di borse piene di marijuana. Le minacce dei boss nigeriani, rivolte a chi non rispettava i patti o non pagava i debiti, erano esplicite e violente: «Ti taglio le gambe, non arrivi a domani». Un linguaggio che non lasciava spazio a fraintendimenti, evidenziando la brutalità di un sistema criminale che sfrutta i più deboli, costringendoli a rischiare la vita per pochi spiccioli.

Il caso rientra in un quadro più ampio, che vede i centri di accoglienza trasformarsi in hub del narcotraffico, luoghi dove la disperazione e la mancanza di alternative diventano terreno fertile per il reclutamento di corrieri. Un fenomeno che non riguarda solo Roma, ma che si estende a livello nazionale ed europeo, con reti criminali sempre più ramificate e difficili da smantellare.

Parallelamente, un altro tema scuote l’Europa: la dipendenza tecnologica dalla Cina nel settore delle batterie per veicoli elettrici. Secondo un rapporto di Transport & Environment, l’Ue rischia di trasformarsi in un mero “stabilimento di assemblaggio” per i produttori cinesi, senza alcun trasferimento di know-how tecnologico. Case automobilistiche come Stellantis e Volkswagen, pur investendo nella produzione di batterie, sembrano non puntare su un reale sviluppo industriale autonomo, lasciando spazio ai colossi asiatici. Una situazione che, unita ai fondi del Recovery Fund utilizzati per finanziare progetti cinesi, solleva interrogativi sulla strategia europea per la transizione ecologica.

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