Eurovision, il caso Israele divide l’Europa: la musica non basta più
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La finale dell’Eurovision Song Contest 2025, svoltasi a Basilea, avrebbe dovuto celebrare l’unione attraverso la musica. E invece, mentre l’Austria trionfava con il giovane JJ e la sua Wasted Love, e l’Italia si accontentava di un quinto posto con Lucio Corsi, il vero dibattito si è acceso altrove. Al centro della polemica c’è Israele, la cui partecipazione – culminata con il secondo posto della cantante Yuval Raphael – ha riacceso tensioni che vanno ben oltre le note.
A far esplodere il caso è stato il premier spagnolo Pedro Sanchez, che ha chiesto a gran voce l’esclusione di Israele dalla competizione, paragonando la situazione a quella della Russia, bandita nel 2022 dopo l’invasione dell’Ucraina. «La cultura non può fingere neutralità di fronte alla guerra», ha dichiarato Sanchez, criticando l’Unione Europea di Radiodiffusione (UER) per aver imposto una linea di apparente equidistanza. Una presa di posizione netta, arrivata dopo che l’emittente spagnola RTVE aveva già violato le regole trasmettendo un messaggio pro-Palestina pochi istanti dopo l’inizio della finale.
Ma non è solo la politica a pesare sul palco dell’Eurovision. Nei giorni precedenti la competizione, i canali ufficiali israeliani hanno virato bruscamente i contenuti: ai post sugli ostaggi di Hamas e sui raid a Gaza si sono sostituiti quelli dedicati alla promozione di Yuval Raphael. Un’operazione di soft power che non è passata inosservata, trasformando la partecipazione di Israele in una sorta di «guerra pop», dove la musica diventa strumento di legittimazione internazionale.




