Samia Suluhu Hassan giura presidente in Tanzania tra proteste e porte chiuse
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Redazione Esteri
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In un pomeriggio carico di tensione, a Dodoma, Samia Suluhu Hassan ha prestato giuramento, assumendo ufficialmente l’incarico di presidente della Tanzania. La cerimonia, che segna un netto stacco con la tradizione, si è svolta per la prima volta a “porte chiuse”, in un terreno di proprietà governativa, anziché nel consueto stadio cittadino, dove per l’occasione non è stato concesso l’accesso ai comuni cittadini ma solo a politici e personalità selezionate dall’ufficio di presidenza. Una scelta, questa, che riflette un clima di controllo e che si allontana dalla trasparenza pubblica, la quale, in contesti politici complessi, rappresenta spesso un termometro della reale apertura di un governo. L’evento, se da un lato sancisce il passaggio formale dei poteri, dall’altro appare come l’epilogo di una consultazione elettorale il cui esito era in larga parte atteso.
Il voto e il malcontento
La scorsa settimana, la Tanzania è tornata alle urne in un’atmosfera che molti osservatori hanno definito poco libera, con un copione politico già scritto e un’opposizione sistematicamente messa all’angolo. L’elezione di Samia Suluhu Hassan, che ha ottenuto una percentuale di consenso superiore al 97%, è stata bollata come una farsa da una parte significativa della popolazione, in particolare dalla generazione Z, che ormai da tempo contesta la natura autoritaria del regime mascherato da democrazia. Poche ore dopo l’apertura dei seggi, il paese è sprofondato nel caos, con giovani scesi in piazza per delegittimare un sistema che, a loro avviso, non offre alcuno spazio di dialogo o di reale partecipazione.
Le proteste nelle città
Le strade di Dar es Salaam, Arusha, Dodoma e Mbeya sono diventate il palcoscenico di una rivolta pacifica ma determinata, repressa con fermezza dalle autorità. I dimostranti, che rappresentano la maggioranza assoluta del continente, devono costantemente sfidare il rischio concreto di una risposta violenta per far sentire la propria voce, denunciando una democrazia che esiste solo di facciata. Questi episodi, sebbene non raccontati nei dettagli per rispetto delle vittime e delle loro famiglie, sono al centro di inchieste giudiziarie nazionali e internazionali che cercano di fare luce sulle dinamiche di potere e sulle violazioni dei diritti fondamentali.
La situazione dei connazionali
In questo quadro di instabilità, si inserisce la notizia relativa a un gruppo di cittadini italiani, originari di Rimini, che si trovano in Tanzania per una missione umanitaria. Gli undici riminesi, operativi nella struttura di Gwandumehhi, stanno bene e mantengono un costante contatto con l’Ambasciata d’Italia, nonostante i disordini scoppiati a seguito della proclamazione dei risultati elettorali. La loro presenza nel villaggio, legata a un progetto solidale che include un forno per la popolazione locale, prosegue senza intoppi, sotto la protezione delle istituzioni diplomatiche.




