L'Ue dà il via alla seconda tranche di Safe, all'Italia quasi 15 miliardi per la difesa
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Redazione Esteri
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Prosegue a ritmo sostenuto l'implementazione dello strumento Safe, il pilastro finanziario da 150 miliardi concepito per irrobustire, attraverso acquisizioni comuni, l'architettura militare europea. Dopo il primo gruppo di piani nazionali approvato solo dieci giorni fa, la Commissione europea ha infatti presentato al Consiglio la proposta per autorizzare la seconda tranche di assistenza finanziaria, destinata a otto paesi membri. Si tratta, nello specifico, di Estonia, Finlandia, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Polonia e Slovacchia, ai quali andrà una quota complessiva di risorse che si aggira intorno ai 74 miliardi di euro. Con questo ulteriore passaggio, che segue una valutazione tecnica dei progetti presentati dagli stati, salgono così a sedici i governi che hanno ottenuto il via libera di Bruxelles, a fronte delle diciannove domande pervenute.
Il focus sull'Italia e gli obiettivi del programma
All'Italia, in questo secondo round, vengono assegnati 14,9 miliardi di euro, una cifra considerevole che si inserisce nel solco degli sforzi nazionali per modernizzare le proprie forze armate. Il meccanismo Safe, acronimo di Security Action for Europe, non rappresenta un semplice fondo ma uno sforzo corale – il più ingente nella storia dell'Unione in questo settore – per colmare lacune strategiche e favorire una maggiore interoperabilità, spingendo gli acquisti congiunti di sistemi d'arma e tecnologie avanzate. L'erogazione, che avverrà attraverso prestiti, è vincolata al rispetto dei piani d'investimento presentati, i quali devono dimostrare una chiara volontà di rafforzare la base industriale e di contribuire alla sicurezza collettiva.
Lo scenario internazionale e le difficoltà dei negoziati
Questo significativo avanzamento nella politica di difesa comune si staglia sullo sfondo di un contesto internazionale ancora pesantemente segnato dal conflitto in Ucraina, dove le prospettive di una soluzione diplomatica appaiono tutt'altro che vicine. Nonostante una prima fase di colloqui, tenutisi negli Emirati Arabi Uniti e descritta come costruttiva, il Cremlino ha espresso un netto scetticismo sulla brevità del percorso verso la pace. Il portavoce Dmitry Peskov ha infatti parlato di un cammino "lento", subordinato all'accettazione della cosiddetta Formula di Anchorage, i cui punti cardine – discussi durante l'incontro di agosto tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e Vladimir Putin – prevedono il passaggio dell'intera regione del Donbass sotto controllo russo e il congelamento della linea del fronte nelle aree di Kherson e Zaporizhzhia.
Le dichiarazioni di Kiev e il quadro d'insieme
Da parte ucraina, mentre si attendono sviluppi su un fronte diplomatico che appare per il momento bloccato, il presidente Volodymyr Zelensky ha riaffermato l'obiettivo di vedere il paese pronto per l'adesione all'Unione Europea entro il 2027. Un'orizzonte temporale ambizioso, che contrasta con la lentezza delle trattative per la cessazione delle ostilità. L'avanzamento dei finanziamenti Safe, in questo quadro complesso, assume dunque un duplice significato: è sia una risposta concreta alla necessità di autonomia strategica europea, sia un segnale politico di coesione e capacità di azione indipendente in un momento di persistente instabilità alle frontiere orientali del continente.
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