Invecchiamento, gli astronauti aiutano a studiare la longevità
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Redazione Salute
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La ricerca sull’invecchiamento attraverso lo studio degli astronauti punta a individuare strategie nutrizionali e strumenti utili per promuovere la longevità e la salute. A occuparsene è Sofia Pavanello, professoressa associata in Medicina del Lavoro all’Università di Padova e responsabile del laboratorio Gem/Gisva (Genoma, Invecchiamento, Stile di Vita e Ambiente) all’Uoc di Medicina del Lavoro dell’Azienda Ospedale-Università di Padova. Il suo lavoro non si concentra soltanto sull’invecchiamento delle persone in condizioni ordinarie, ma analizza anche come il corpo reagisce in situazioni estreme, come quelle affrontate durante le missioni spaziali.
Lo studio dell’invecchiamento parte dalle condizioni estreme dello spazio
Le ricerche sull’invecchiamento cercano di capire come il corpo cambi nel tempo e quali fattori possano influenzare il mantenimento della salute. L’approccio scelto da Sofia Pavanello utilizza lo studio degli astronauti come modello per osservare le reazioni dell’organismo in ambienti particolari, con l’obiettivo di sviluppare strategie nutrizionali dedicate alla longevità. L’attenzione è rivolta ai meccanismi che possono favorire una migliore comprensione dei processi biologici legati all’età e alle possibili modalità per intervenire su questi aspetti.
Uno degli interrogativi centrali della ricerca riguarda la differenza tra età anagrafica ed età biologica. La carta d’identità indica gli anni trascorsi dalla nascita, ma non descrive necessariamente la velocità con cui il nostro organismo sta invecchiando. Per questo motivo la scienza sta lavorando da anni alla ricerca di metodi capaci di misurare lo stato reale del corpo, con progressi che hanno permesso di ottenere informazioni sempre più precise sull’età biologica.
I nuovi strumenti per misurare l’età biologica delle cellule
Tra gli strumenti sviluppati per analizzare l’invecchiamento cellulare c’è Pasta, un tool open source creato dai ricercatori del Karolinska Institutet e della Stockholm University. Il sistema ha analizzato tre milioni di profili cellulari per individuare sostanze e alterazioni genetiche associate ai processi di invecchiamento o ringiovanimento delle cellule. Attraverso l’attività dei geni, il metodo permette di stimare l’età biologica relativa ed è stato descritto in uno studio pubblicato su Advanced Science il 27 luglio 2026.
L’obiettivo di questi strumenti è ottenere una valutazione più dettagliata rispetto alla sola età anagrafica, osservando i segnali presenti nelle cellule. La ricerca sull’età biologica utilizza quindi dati genetici e indicatori biologici per individuare caratteristiche collegate al processo di invecchiamento. Questi approcci permettono di approfondire il rapporto tra condizioni del corpo, cambiamenti cellulari e salute nel corso della vita.
Il microbioma orale può rivelare i segnali dell’età biologica
Un altro filone di ricerca riguarda il microbioma orale e il possibile legame tra batteri presenti nella bocca e invecchiamento. Analizzando migliaia di persone, i ricercatori hanno identificato 64 generi batterici associati all’età e hanno utilizzato l’intelligenza artificiale per costruire una sorta di orologio del microbioma orale. Questo strumento punta a individuare una firma biologica capace di fornire informazioni sullo stato di invecchiamento dell’organismo.
Secondo le analisi condotte, quando questo orologio del microbioma procede più rapidamente emergono associazioni con fragilità, mortalità e alcune condizioni croniche. Lo studio dei batteri orali si aggiunge così agli altri metodi utilizzati per comprendere l’età biologica, insieme all’analisi dell’attività dei geni e dei cambiamenti cellulari. La ricerca sull’invecchiamento continua quindi a concentrarsi su indicatori biologici in grado di descrivere più precisamente le condizioni del corpo rispetto al semplice conteggio degli anni.
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