Il governo impugnerà la sentenza di Palermo sulla Sea Watch, Piantedosi: “Valorizzeremo i tre gradi di giudizio”
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Redazione Interno
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Il braccio di ferro tra l’esecutivo e la magistratura sulle politiche migratorie, e in particolare sul fronte delle attività delle organizzazioni non governative nel Mediterraneo, non accenna a placarsi. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato che il governo impugnerà la recente sentenza del Tribunale di Palermo, quella che ha di fatto riconosciuto un risarcimento danni alla Ong tedesca Sea Watch per il fermo della nave Sea Watch 3, risalente ormai al 2019 e al cosiddetto “caso Rackete”. Una presa di posizione, quella del titolare del Viminale, arrivata a margine di un evento istituzionale a Roma e che ribadisce una linea di netta chiusura nei confronti di quelli che vengono percepiti come atti giudiziari lesivi dell’operato dell’amministrazione.
Una linea difensiva basata sui gradi di giudizio
Piantedosi ha spiegato che l’approccio del governo nei confronti di questi pronunciamenti, anche quelli sfavorevoli, rimane invariato e si fonda sullo strumento dell’impugnazione. Il ministro ha tenuto a sottolineare come l’esecutivo intenda “valorizzare il sistema giudiziario”, un sistema che, nelle sue parole, “prevede tre gradi di giudizio”. Una dichiarazione, questa, che mira a spostare la questione dal piano dello scontro politico-istituzionale a quello della dialettica processuale ordinaria, ricordando come la sentenza del Tribunale di Palermo non rappresenti affatto un punto di arrivo definitivo della vicenda. Il ricorso contro la decisione che condanna tre ministeri – Interno, Trasporti ed Economia – a versare alla Ong una somma che si aggira attorno ai 76mila euro, più spese legali, verrà quindi presentato, seguendo una prassi che lo stesso ministro ha definito consolidata: “anche in questo caso faremo così”.
Le ragioni giuridiche del risarcimento e la reazione politica
La vicenda giudiziaria che ha portato alla condanna dello Stato affonda le sue radici in una complessa dinamica procedurale. La richiesta di risarcimento, infatti, non è stata accolta dal giudice perché fu illegittimo il fermo della nave della comandante Rackete – come una certa narrazione politica vorrebbe far credere – ma per una questione relativa ai tempi e alle modalità della burocrazia. Come spiegato dallo stesso presidente del Tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, la Sea Watch 3 era stata sottoposta a sequestro, ma una volta decaduti i termini per effetto dell’opposizione presentata dalla Ong, l’amministrazione non ha provveduto con la necessaria tempestività a restituire l’imbarcazione. Un silenzio, quello della prefettura di Agrigento, protrattosi nel tempo e che si è configurato come un danno ingiusto, costringendo la Ong a sostenere spese per il mantenimento della nave durante il periodo di stasi. Da qui l’obbligo risarcitorio, che prescinde quindi dalla valutazione sulla condotta della comandante Rackete, la quale nel 2019 forzò il blocco navale del porto di Lampedusa urtando una motovedetta della Guardia di Finanza, e che anzi in sede penale era già stata raggiunta da una pronuncia di assoluzione.
Numeri alla mano: la strategia del governo e il contesto referendario
Parallelamente all’annuncio dell’impugnazione, Piantedosi ha voluto tracciare un bilancio delle politiche del governo in materia di immigrazione, cercando di svincolare i risultati dall’andamento altalenante delle vicende giudiziarie. “Guardate i numeri che riguardano anche quest’anno il calo degli sbarchi”, ha dichiarato il ministro, secondo il quale la “progressiva riduzione degli arrivi irregolari” dimostrerebbe che “il complesso delle iniziative” messe in campo dall’esecutivo sta funzionando, e lo farebbe “anche a prescindere dalle iniziative giudiziarie”. Un tentativo, il suo, di rivendicare l’efficacia della linea della fermezza, messa in atto attraverso strumenti normativi e accordi bilaterali, in un clima politico reso incandescente dalla concomitanza con la campagna per i prossimi referendum sulla giustizia, ai quali lo stesso Piantedosi ha invitato a partecipare definendoli un “esercizio di democrazia”.
Doppio fronte giudiziario: la sospensione del fermo della Sea Watch 5
La posizione del ministero dell’Interno, già messa alla prova dalla sentenza di Palermo, si è dovuta confrontare con un ulteriore sviluppo giudiziario, arrivato in contemporanea da un’altra sede. Il Tribunale di Catania, infatti, ha disposto la revoca del fermo amministrativo di quindici giorni che era stato imposto alla Sea Watch 5, un’altra imbarcazione della stessa Ong, dopo un soccorso di diciotto migranti avvenuto a fine gennaio in acque internazionali. Una decisione, quella della giudice Mariaconcetta Gennaro, che ha sospeso l’efficacia del provvedimento emesso dal prefetto etneo, fissando nel contempo l’udienza di merito per il prossimo 2 marzo. Due pronunce distinte, quelle di Palermo e Catania, che finiscono per convergere nel creare ulteriori attriti tra la politica e la magistratura, alimentando un dibattito che nelle aule parlamentari si intreccia ora con l’esame di nuove ipotesi normative, incluso il cosiddetto “blocco navale”, che Piantedosi ha comunque voluto precisare essere “una cosa completamente diversa” e che dovrà seguire il suo iter nelle sedi deputate.




