Sandokan, il "Tigre" dello schermo: quando l'eroe popolare svela le crepe del diritto
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La riproposizione televisiva delle gesta di Sandokan, che ha calamitato l’attenzione di oltre quattro milioni di spettatori nel gran finale, riaccende i riflettori, al di là dell’intrattenimento, su un paradosso narrativo tutt’altro che secondario. La serie, il cui successo ha spinto la produzione a pianificare una seconda stagione ancor prima del debutto ufficiale, tratteggia infatti una figura eroica le cui azioni, se sottoposte al vaglio di un moderno codice penale, costituirebbero un catalogo di reati. L’apologia di pirateria, l’istigazione alla rivolta, la lesione di beni e persone: sono questi, in controluce, i capi d’imputazione potenziali che emergono dalla trama, sebbene il racconto le assimili a una legittima difesa contro un potere coloniale oppressivo. Il pubblico, evidentemente, ha colto e fatto proprio questo ribaltamento di prospettiva, premiando la fiction nonostante alcune critiche relative a momenti narrativi meno incalzanti, e decretando così la vittoria d’ascolti della rete pubblica sulla concorrenza.
L’etica della rivolta e il codice penale
La forza del personaggio creato da Salgari, e rinvigorita dall’interpretazione di Can Yaman, risiede proprio in questa ambivalenza giuridica e morale: ciò che la corona britannica e il sultano del Brunei classificano come atti di terrorismo e banditismo, per gli oppressi di Mompracem si configura come lotta per la libertà e riscatto sociale. La serie, senza scadere in un didascalismo eccessivo, mostra come le norme, spesso, siano strumenti del potere costituito per criminalizzare chi vi si oppone, un tema di stringente attualità che trascende l’ambito storico-avventuroso. La legittima difesa, invocata idealmente dalla narrazione, diventa così il perno di una contro-accusa verso sistemi politici ed economici rappresentati come prevaricatori e spietati.
Il successo di pubblico e il valore della trasgressione
L’enorme share, superiore al ventisei per cento, e il fervido dibattito sui social network testimoniano come lo spettatore contemporaneo sia capace di decodificare questa complessità, apprezzando non solo la spettacolarizzazione delle battaglie ma anche la profondità del conflitto etico. La scelta di Rai Fiction e Lux Vide di puntare su un prodotto di tale impatto, confermandone il futuro ancor prima di misurarne interamente la risposta del pubblico, si è rivelata vincente, relegando al secondo posto nel confronto serale altre proposte di intrattenimento. Il merito, oltre che alla cura produttiva, va ascritto alla capacità di rinnovare un mito senza sminuirne la carica eversiva, anzi, accentuandone la modernità attraverso una regia che non ha temuto di mostrare le contraddizioni insite nella figura dell’eroe.
Oltre l’avventura: una riflessione sul potere
La permanenza del personaggio nell’immaginario collettivo, dunque, non si spiega soltanto con la ricerca del puro divertimento; al contrario, essa affonda le radici in una percezione diffusa, e forse inconscia, della giustizia come concetto malleabile e spesso strumentale. La storia di Sandokan, nella sua essenza, è un processo celebrato sullo schermo dove l’imputato è, al tempo stesso, il giudice di coloro che lo perseguitano, ovvero gli emissari di potenze coloniali descritti senza indulgenza. Questa dinamica, che ribalta i ruoli tradizionali del bene e del male ufficiali, costituisce il vero motore narrativo e emotivo della serie, rendendola un fenomeno culturale degno di analisi che va ben oltre i dati d’ascolto, pur straordinari.
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La serie tv su Sandokan con Can Yaman, trionfo di ascolti, offre uno spunto per riflettere sulla criminalizzazione della rivolta e sul ribaltamento dei ruoli tra eroe e criminale nel diritto.




