Così Putin ha tenuto saldi gli oligarchi, mentre l'economia diventa il vero fronte

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Le sanzioni occidentali, che miravano a colpire il patrimonio degli oligarchi russi con il congelamento dei conti e il sequestro di beni di lusso, non hanno sortito l'effetto politico sperato. L'obiettivo non dichiarato, ossia creare un malcontento tale tra i potentati economici vicini al Cremlino da spingerli a fare pressione su Vladimir Putin per fermare la guerra, si è rivelato una strategia fallita. Gli uomini vicini al presidente, alcuni dei quali da tempo al centro di indagini giudiziarie internazionali per riciclaggio ed evasione fiscale, hanno dimostrato una resilienza inattesa, rinsaldando, piuttosto che incrinando, il loro legame con il potere centrale. La loro lealtà, per quanto dettata da calcolo o costrizione, è stata preservata, vanificando quella che molti analisti consideravano una delle principali leve di pressione internazionale.

L'economia come campo di battaglia decisivo

Se il fronte degli oligarchi è rimasto compatto, è piuttosto lo stato di salute dell'economia russa a costituire, secondo molte valutazioni, il potenziale nemico interno per il presidente. Mentre si avvicina il quarto anniversario del conflitto, le condizioni dei campi, delle fabbriche e dell'intero tessuto produttivo nazionale pongono interrogativi cruciali sulla sostenibilità a lungo termine dello sforzo bellico. La propaganda interna, come dimostrano i cartelli che incitano alla resistenza spuntati persino nelle fermate degli autobus di Mosca, cerca di tamponare un logoramento che non è solo materiale ma anche psicologico, sebbene il controllo sull'informazione resti ferreo.

Le risorse residue e il calcolo del Cremlino

Nonostante le pressioni, le analisi economiche suggeriscono che Mosca dispone ancora di margini di manovra e di risorse, frutto di una economia riorientata e di un commercio estero riconfigurato, che il Cremlino potrebbe decidere di impiegare per massimizzare i propri obiettivi sul campo. La domanda su quanto a lungo questa tenuta possa durare, e a quale prezzo per la popolazione, rimane aperta. La possibilità di una pace, e soprattutto i termini con cui Putin potrebbe accettarla, sono strettamente legati a questi calcoli finanziari e industriali, più che a eventuali cedimenti della cerchia dei suoi sostenitori più ricchi.

Lo scenario interno e le sue incognite

La guerra, che ha riportato in vita retoriche e dinamiche da Guerra Fredda sotto la presidenza di Donald Trump, continua a presentare il suo conto. Il vero banco di prova, al di là delle dichiarazioni ufficiali, sarà la capacità del sistema di assorbire gli effetti delle restrizioni internazionali e di sostenere uno sforzo militare di così vasta portata. Mentre le inchieste giudiziarie all'estero sui flussi finanziari illeciti procedono con lentezza, è l'andamento dei fondamentali economici a tracciare, in modo spesso opaco, i limiti reali dell'azione del presidente russo, delineando uno scenario in cui la posta in gioco si misura anche in termini di stabilità sociale e di consenso interno, fattori non più trascurabili dopo anni di conflitto.

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