Meloni all'Aja tra riarmo e battute: la Nato sotto il segno di Trump
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Redazione Interno
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«Si vis pacem, para bellum». La massima latina pronunciata da Giorgia Meloni in Senato, prima di raggiungere il vertice Nato all’Aja, non è una semplice citazione di circostanza. Riflette piuttosto l’atmosfera carica di tensione che si respira nella città olandese, dove i 32 Paesi dell’Alleanza Atlantica si preparano a varare il più consistente aumento delle spese militari dagli anni Novanta: un impegno decennale per portare la difesa al 3,5% del Pil e la sicurezza – intesa in senso ampio – all’1,5%. Un piano ambizioso, che però nasce meno da una scelta autonoma che dalla pressione esercitata da Donald Trump, tornato alla Casa Bianca con l’intenzione di ridisegnare i rapporti transatlantici.
L’intervento della premier italiana in Parlamento ha oscillato tra toni concilianti verso le opposizioni e frecciate ironiche, come quella rivolta a Giuseppe Conte: «Io vorrei tanto essere Giuseppe Conte e invece sono Giorgia Meloni... Nella vita non si può sempre essere fortunati». Una battuta che, se ha strappato qualche risposta garbata dalle tribune, non ha distolto l’attenzione dal nodo centrale: la necessità di aumentare gli investimenti militari, presentata come inevitabile.
Proprio su questo punto, il vertice all’Aja rappresenta una tappa cruciale. La proposta avanzata dal segretario generale Jens Stoltenberg – sostenuta con forza dal premier olandese Mark Rutte, candidato alla successione – prevede una road map stringente, che di fatto traduce in termini operativi le richieste americane. Trump, che ha sempre criticato il mancato rispetto degli impegni finanziari europei, ora chiede conti in regola. E l’Italia, come altri alleati, si trova a dover bilanciare le esigenze di bilancio con le aspettative atlantiche.
Non mancano, tuttavia, le implicazioni industriali. Se Roma dovesse aderire pienamente al piano, le aziende del settore difesa – da Leonardo a Fincantieri – avrebbero di che beneficiare. Ma la partita si gioca anche su un altro fronte: quello ucraino. Mentre i ministri della Difesa discutono di riarmo, Kiev attende segnali concreti. E l’ipotesi di un maggiore coinvolgimento italiano, sia in termini di forniture che di addestramento, resta sul tavolo.
Sullo sfondo, poi, c’è la questione strategica. La crisi nello Stretto di Hormuz, con le recenti escalation tra Iran e Israele, ha riacceso i timori di un conflitto più ampio. E se Meloni evita di sbilanciarsi, sottolineando la necessità di «non escludere nulla», è chiaro che ogni mossa della Nato dovrà fare i conti con uno scenario internazionale sempre più instabile.




