Ucraina, Zelensky: “Usa e Russia ci chiedono di lasciare il Donbass”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   A pochi giorni dal quarto anniversario dell'invasione su larga scala, che cadrà il 24 febbraio, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha rilasciato un'intervista all'Afp facendo il punto su uno scenario bellico che, a suo dire, vede Kiev ancora lontana dalla sconfitta ma anche alle prese con una pressione internazionale senza precedenti. La sua affermazione, netta e priva di ambiguità, è che tanto Washington quanto Mosca starebbero spingendo l'Ucraina a fare un passo indietro nel Donbass, la regione orientale che da anni rappresenta l'epicentro del conflitto e il principale obiettivo territoriale del Cremlino -2-7. “Sia gli americani sia i russi dicono che se vuoi che la guerra finisca domani, devi lasciare il Donbass”, ha dichiarato il leader ucraino, fotografando così la sintesi di un negoziato che sembra voler sacrificare le rivendicazioni di Kiev sull'altare di una tregua veloce, se non immediata.

Zelensky, pur riconoscendo l'incertezza dell'esito finale del conflitto, ha voluto sgombrare il campo da qualsiasi narrazione che dipinga l'Ucraina come un paese ormai sconfitto: la domanda, semmai, ha spiegato, riguarda la possibilità stessa di una vittoria e i costi, umani e materiali, che questa comporterebbe -7. Mentre le diplomazie parallele messe in campo dall'amministrazione Trump, con Steve Witkoff e Jared Kushner a fare da tramite, lavorano senza sosta per imbastire una cornice di cessate il fuoco, Kiev continua a insistere su un punto ritenuto non negoziabile: l'eventuale dispiegamento di un contingente straniero, garante di una futura tregua, dovrà avvenire nelle immediate vicinanze della linea del fronte, a protezione diretta dei territori ancora sotto il controllo ucraino -7. Un'ipotesi, questa, che stride con la richiesta russa, ribadita nei recenti colloqui di Ginevra, di una ritirata ucraina dalle aree ancora detenute nell'oblast di Donetsk -5.

Il nodo dei negoziati e il pressing internazionale

I contatti diplomatici, lungi dal produrre risultati concreti, sembrano essersi arenati proprio sullo scoglio territoriale. Lo stesso Zelensky, in una nota diffusa tramite i suoi canali social, ha confermato l'esistenza di consultazioni con il team negoziale in vista di futuri incontri con le controparti americana e russa, esprimendo gratitudine nei confronti dell'entourage presidenziale statunitense per l'impegno profuso nel creare le condizioni per una “vera fine della guerra” -7. Un ringraziamento, quello a Witkoff e Kushner, che appare però più un atto dovuto che il segnale di una reale svolta, considerato che fonti vicine al dossier riferiscono di pressioni costanti su Kiev affinché ceda sul Donbass. La partita, infatti, si gioca su più tavoli: da un lato le richieste pubbliche e private di Washington e Mosca, che convergono paradossalmente sulla necessità di un ritiro ucraino; dall'altro la volontà di Zelensky di non apparire come colui che ha firmato la capitolazione, e che per questo continua a ripetere che l'Ucraina non sta perdendo la guerra, rendendo l'esito del conflitto ancora tutto da scrivere.

La centrale nucleare di Zaporizhzhia e gli ostacoli tecnici

Oltre alla questione territoriale, un altro nodo cruciale emerso dalle trattative, in particolare da quelle infruttuose di Ginevra, riguarda la gestione della centrale nucleare di Zaporizhzhia, la più grande d'Europa, occupata dalle forze russe fin dai primi mesi dell'invasione. Sul punto, come ha riferito lo stesso Zelensky, non si è trovato alcun accordo, a testimonianza di quanto sia complesso dipanare una matassa che intreccia sicurezza energetica, rischi nucleari e controllo del territorio -7. Se sul piano militare, e in particolare sulle modalità di monitoraggio di un eventuale cessate il fuoco, si registrerebbe una maggiore vicinanza tra le parti, è sul versante politico che il confronto si fa più aspro, con Mosca che sembra puntare a logorare i tempi della diplomazia in attesa di avanzamenti sul campo -6. In questo contesto, la richiesta ucraina di vedere un contingente straniero schierato vicino alla linea del fronte assume i contorni di una precondizione irrinunciabile, un tentativo di blindare ciò che resta del Donbass ucraino da future offensive, anche dopo un ipotetico cessate il fuoco.

L'annuncio di nuovi round e la strategia russa

Nonostante lo stallo, il presidente ucraino ha annunciato l'intenzione di procedere con un nuovo round di negoziati trilaterali entro i prossimi dieci giorni, ribadendo l'impegno di Kiev per un approccio costruttivo che riguardi tanto il fronte umanitario quanto quello militare e politico -7. Una dichiarazione di intenti che cozza però con la linea del Cremlino, che dal canto suo continua a martellare le retrovie ucraine con attacchi mirati: un equipaggio del sistema missilistico Iskander, secondo quanto riferito da Mosca, avrebbe distrutto nei pressi di Nižyn, nell'oblast di Černihiv, dei magazzini contenenti una novantina di droni a lungo raggio delle Forze armate ucraine -7. Un'azione che, al di là del danno militare, assume un chiaro significato politico nel momento in cui si moltiplicano gli appelli al negoziato. La sensazione, confermata dalle parole di alcuni analisti, è che Vladimir Putin creda di poter strappare di più prolungando le ostilità, magari fino a completare la presa sull'intero Donbass, e che consideri il fattore tempo un alleato prezioso in una fase in cui gli alleati di Kiev iniziano a mostrare i primi segni di stanchezza -4.

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