Monza, 40 ore di intervento per separare le gemelle siamesi: una non ce l’ha fatta
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Redazione Interno
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Nel silenzio ovattato di una sala operatoria dove il tempo sembrava essersi fermato, l’équipe dell’ospedale San Gerardo di Monza ha scritto una pagina di chirurgia estrema che pochi, al mondo, possono vantare. D. oggi ha tre anni e mezzo, mangia da sola e, se sostenuta, muove i primi passi in un centro riabilitativo; ma per arrivare a questo risultato, i medici hanno dovuto accettare una scommessa dai contorni drammatici, separando la bambina dalla sorellina con un intervento durato quaranta ore. La loro fusione cranio-encefalica – una condizione che si verifica in un caso ogni 2,5 milioni di nascite – rappresentava una delle varianti più complesse mai documentate, con ossa, tessuti cerebrali e vasi sanguigni talmente intrecciati da rendere la separazione un azzardo calcolato. Giunte in Italia nel luglio del 2024 grazie a un ponte aereo dell’Aeronautica Militare, le due bambine provenienti dal Senegal erano state affidate alle cure di una task force che coinvolgeva, oltre ai neurochirurghi monzesi, anche i medici dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo e dell’Istituto Neurologico Besta di Milano.
Il peso di una scelta in extremis
La conferenza stampa tenutasi nell’auditorium dell’Irccs brianzolo ha restituito, senza filtri, la complessità di quella maratona chirurgica; a emergere è il ritratto di una battaglia persa in partenza per una delle due sorelline. La piccola T., già segnata da una compromissione multiorgano severa, aveva sviluppato una dipendenza cardiocircolatoria dalla gemella, un legame che la rendeva estremamente vulnerabile allo stress della separazione. Durante le fasi più delicate dell’operazione, il suo cuore non ha retto alla ridefinizione del sistema vascolare, costringendo i medici a tentare una rianimazione protratta per oltre un’ora: un tentativo disperato che si è infranto contro l’evidenza che quella piccola non poteva sopravvivere se non attaccata alla sorella. Il racconto del personale, filtrato nei giorni successivi, parla di un silenzio irreale che calò tra gli strumentisti mentre si passavano i ferri, con molti di loro in lacrime ma costretti a procedere per non perdere anche l’altra paziente.
La rinascita di Dior tra macchinari e solidarietà
L’esito, seppur luttuoso, ha permesso a D. (chiamata anche Dior nelle ricostrugiornalistiche successive) di iniziare un percorso di riabilitazione intensiva presso il centro “La Nostra Famiglia” di Bosisio Parini, dove oggi viene immortalata in una fotografia che la ritrae mentre cammina tenendo per mano i genitori. A rendere possibile questa catena di sopravvivenza – oltre all’abilità dei neurochirurghi – è stato l’intervento economico di un imprenditore senegalese, il quale ha stanziato circa tre milioni di euro per coprire le spese dell’intervento e della riabilitazione. Quest’uomo, che aveva scoperto il caso tramite un appello su Facebook, ha spiegato come fosse stata la moglie, poi scomparsa per un tumore, a spingerlo a farsi carico dell’intera operazione; un atto filantropico che ha trasformato il dolore di una perdita personale in un’ancora di salvezza per una bambina che, altrimenti, sarebbe rimasta condannata all’immobilità.
L’organizzazione di una sfida globale
Dal punto di vista strettamente clinico, l’intervento ha rappresentato un banco di prova per la sanità lombarda, mobilitando decine di professionisti tra neurochirurghi, anestesisti e cardiologi pediatrici che hanno lavorato per quaranta ore consecutive, affiancati da specialisti statunitensi della World Craniofacial Foundation. Prima di arrivare al taglio finale, il team aveva simulato ogni singolo gesto con modelli tridimensionali, preparandosi a una separazione che a livello mondiale conta meno di sessanta casi documentati dal 1950 a oggi; di questi, solo una quindicina riguardavano la stessa forma verticale totale che univa le due sorelline. La famiglia, che aveva lasciato il Senegal con la speranza di regalare un destino diverso alle proprie figlie, ha assistito a un epilogo amaro ma necessario, trovando la forza di ringraziare pubblicamente chi ha lottato fino all’ultimo: «Anche nel momento di grande dolore, la tenacia dei medici ci ha dato forza e coraggio», hanno dichiarato i genitori, testimoni di un legame umano che ha superato la barriera della professione.
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