Stefano Benni, l'addio all'autore che nel Bar Sport raccontò un'Italia ironica e malinconica

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Se ne è andato Stefano Benni, scrittore capace di cogliere l'essenza di un'Italia popolare e bonaria attraverso le storie minute che animavano i locali di provincia. Il suo "Bar Sport", vero e proprio monumento letterario, non era semplicemente un luogo fisico ma un microcosmo antropologico dove si rifletteva l'intero paese, con le sue passioni, le sue miserie e le sue gioie semplici. Lì, tra la leggendaria Luisona – l'indistruttibile regina delle paste – e un ritratto ingiallito di Gino Bartali, prendeva vita il marasma di voci e personaggi che Benni ha fissato sulla pagina con affetto e una profonda, ironica malinconia.

Quel locale, con il suo biliardino e il telefono a gettoni, custodiva lo spirito di un'epoca apparentemente lontana, i cui simboli, però, conservano ancora un lucore che resiste al passare del tempo. Benni, la cui scomparsa avviene a settantotto anni, aveva il dono raro di raccontare la tristezza con una battuta lieve e di mischiare il grottesco alla poesia, dando voce a figure marginali e stralunate senza mai cedere al cinismo. La sua era un'ironia disincantata ma profondamente umana, ancora affezionata all'idea che le parole, in fondo, potessero cambiare qualcosa.

La sua produzione, che spaziava dai romanzi alla poesia, ha spesso ruotato attorno al mondo dello sport e del calcio, narrati però in modo "benniano", ovvero con uno sguardo caricaturale e spudorato che ne smascherava gli eccessi e le ipocrisie senza mai perdere un affetto quasi bambino. Il suo non era disprezzo, ma una forma di tenerezza critica verso le debolezze umane che in quelle palestre e in quegli stadi trovavano la loro epifania più grottesca e autentica.

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