L'addio a Stefano Benni, il calciatore della letteratura
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La penna di Stefano Benni, che per decenni ha intinto l'inchiostro nell'umorismo, nella poesia e in una satira dall'umanità profonda, si è fermata per sempre. Lo scrittore, che ha segnato indelebilmente la narrativa italiana con personaggi grotteschi eppure tenerissimi, è morto all'età di 78 anni. La sua scomparsa lascia un vuoto in quel immaginario collettivo che lui stesso ha contribuito a popolare di figure indimenticabili, dalla maestosa Luisona del Bar Sport fino agli eroi malconci della Compagnia dei Celestini, capaci di far ridere e, nel contempo, commuovere con una semplicità geniale.
La sua prosa, magicamente leggera e fulminea, traeva forse la sua energia da un'altra sua grande passione: il calcio. Benni fu infatti un'ala destra di buon livello, sebbene lui stesso, con il suo inconfondibile humour, amasse ricordare quei giorni con autoironia. "Solo che allora i terzini non erano fluidificanti, ma desertificanti", soleva dire. "Pesavo 60 chili, per metà del tempo mi facevano volare. Nel tempo restante segnavo". Un'anima da goal e da dribbling che si è poi riversata in pagine di rara agilità, dove le parole sembrano compiere slalom fra le righe.
Gli ultimi tre anni della sua vita li ha vissuti in un luogo appartato, lontano dai riflettori che pure aveva spesso frequentato: la casa di riposo per artisti Lyda Borelli, l'ultimo domicilio del "Lupo", come talvolta era chiamato. Seduti davanti all'ingresso di quella dimora, gli amici più cari – il fratello Andrea, Alessandro Bergonzoni, Barbara Cuni e altri – si sono ritrovati, scambiandosi ricordi e nostalgia in un commosso e silenzioso tributo. Un addio privato, per un uomo che aveva scelto la riservatezza.




