Addio a Stefano Benni, il "lupo" solitario della letteratura italiana
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il Lupo, come lo chiamavano gli amici fin dai tempi in cui scorrazzava da ragazzo sull’Appennino, se n’è andato esattamente come aveva vissuto: solitario, allontanandosi dal branco con quel riserbo che i suoi più cari hanno saputo proteggere fino all’ultimo. A dare la notizia della sua scomparsa è stato il figlio Niclas, musicista, attraverso un commosso annuncio sulla propria pagina Facebook, che ha posto fine a un silenzio rispettoso sulla malinconica dissolvenza di un avventuriero selvatico com’era Stefano Benni.
La sua produzione letteraria, una miscela inconfondibile di satira graffiante, sdegno civile, solidarietà umana e una malinconia profonda, ne ha fatto uno degli scrittori più amati dal pubblico, in particolare dai giovani, i quali in lui riconoscevano un intellettuale irriducibile e autenticamente “non riconciliato” con le ipocrisie del suo tempo. La sua straordinaria capacità di essere, a tratti, esilarante, regalava al lettore quel riso liberatorio e consolatorio che è una rara benedizione.
Proprio questa leggerezza geniale, che nulla toglieva alla profondità dei contenuti ma anzi li potenziava, è stata il motivo per cui una certa critica letteraria istituzionale lo ha spesso snobbato, arroccata com’è su un pregiudizio stantio per cui la gravità degli accenti – troppo spesso sinonimo di noia – è l’unico parametro per il suo giudizio. Un atteggiamento che, come ebbe a dire qualcuno, lasciava senza pane i suoi denti, o forse sarebbe meglio dire la sua dentiera.




