Il futuro senza carta dei giornali e la generazione social first
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Redazione Esteri
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C’è una data, per quanto ipotetica, che sembra destinata a segnare la fine di un’era: tra cinquant’anni, secondo la previsione dello storico Guillaume Pinson, professore all’Università Laval di Québec City—il più importante ateneo francofono canadese—i giornali potrebbero non esistere più. È questa l’idea centrale del suo recente saggio L’adieu au journal - Essai d'histoire médiatique, un’analisi che, lungi dal limitarsi a un lamento sulla polvere che si accumula sulle vecchie rotative, cerca di tracciare il solco profondo che separa il concetto tradizionale di informazione da ciò che sta emergendo sotto i nostri occhi. Un’evoluzione, quella descritta nel volume edito dalle Editions du CNRS, che non riguarda solo il supporto cartaceo, ma la stessa natura del rapporto tra il lettore e la notizia.
Il crollo delle mediazioni tradizionali
A fotografare questo cambiamento in tempo reale ci pensano i dati del Digital News Report 2025 del Reuters Institute, da cui emerge una trasformazione ormai irreversibile: per le nuove generazioni, l’informazione non passa più principalmente attraverso i giornali o i telegiornali, ma si è fatta “social first”. I giovani, quindi, accedono alle notizie direttamente attraverso le piattaforme digitali, saltando a piè pari quelle mediazioni—la redazione, il direttore responsabile, la gerarchia delle fonti—che per decenni hanno rappresentato l’impalcatura dell’informazione pubblica. È un modo di “consumare” le notizie che, proprio per la sua velocità e immediatezza, nasconde dei rischi evidenti, spesso sottovalutati da chi quelle piattaforme le progetta pensando più all’engagement che alla completezza dell’analisi.
Si legge in un’analisi diffusa dall’Ansa, che riprende a sua volta lo studio How young people get their news del Reuters Institute, come i ragazzi e le ragazze tra i 18 e i 24 anni si informino prevalentemente su social visuali come TikTok, Instagram e YouTube. La fotografia scattata dall’istituto di ricerca conferma quello che definisce uno “stravolgimento in dieci anni della dieta mediatica” di questa generazione di nativi social, i quali si sono progressivamente allontanati da tv, stampa e siti di informazione tradizionali per abbracciare un modello in cui la notizia arriva in forma fluida, spesso decontestualizzata, e quasi sempre frammentata in clip di pochi secondi.
La dieta mediatica dei nativi social
Non si tratta, nell’analisi del rapporto, di una semplice preferenza estetica: c’è un dato che interessa da vicino chi osserva le dinamiche dell’opinione pubblica. I giovani, infatti, si sentono poco rappresentati dai media tradizionali e, cosa forse più significativa, non manifestano preclusioni nell’uso dell’intelligenza artificiale per informarsi. L’idea che la macchina possa selezionare, riassumere o persino generare contenuti informativi non li spaventa; anzi, sembra integrarsi perfettamente con la loro abitudine a ricevere le notizie in un flusso continuo, personalizzato e privo di quei tempi morti che caratterizzano invece la fruizione di un quotidiano cartaceo o di un telegiornale dalla scaletta rigida.




