Morto Michele Massimo Tarantini, il re della commedia sexy all’italiana

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Se ne è andato a Rio de Janeiro, dove da anni si era trasferito, Michele Massimo Tarantini: il regista e sceneggiatore aveva 83 anni. A dare l’annuncio, con un post sui social raccolto poi dall’Adnkronos, è stato il cugino Sergio Martino – anche lui regista, e con Tarantini divisore di tanti anni di lavoro – che lo ha ricordato con un’amarezza di fondo: «Avrebbe meritato di più, anche nella valutazione della sua lunga attività in quella stagione, direi golliardica, che non c’è più». Una frase, questa, che fotografa meglio di qualsiasi elogio formale il paradosso di un artista prolifico quanto sottovalutato, capace di riempire le sale e insieme di restare ai margini del riconoscimento critico.

L’immaginario leggero e irriverente che ha segnato un’epoca

Tarantini è stato il simbolo, forse il più coerente, della commedia sexy all’italiana: un genere che tra gli anni Settanta e Ottanta costruì un immaginario fatto di doppi sensi, corpetti slacciati e battute sguaiate, ma anche di una certa anarchia di fondo. Nelle sue mani, volti iconici come quelli di Edwige Fenech e Gloria Guida sono diventati icone popolari; accanto a loro, una schiera di interpreti – da Renzo Montagnani a Barbara Bouchet, da Lino Banfi ad Alvaro Vitali – ha dato a una macchina comica rodatissima, spesso snobbata dalla critica ma implacabile nel riscuotere consenso popolare. Titoli come *La liceale* (1976), *L’insegnante viene a casa* (1978), *La poliziotta della squadra del buon costume* (1979) e *La dottoressa ci sta col colonnello* (1980) raccontano da soli quella febbre produttiva: film girati in tempi strettissimi, con dialoghi che mescolavano volgarità e ingenuità, e un pubblico che non chiedeva psicologia, ma evasione.

Un cinema definito «trash» e una carriera da rileggere

Quella stessa stagione, col senno di poi, è stata liquidata con l’etichetta sbrigativa di «trash»; eppure, proprio in quella dimensione ruspante e artigianale, Tarantini dimostrò una capacità rara di intercettare i gusti di un’Italia che cambiava, tra costumi sessuali in evoluzione e un’industria cinematografica ancora florida. Senza mai inseguire la pretesa d’autore, lui costruiva trame scheletriche – spesso firmandole anche come sceneggiatore – e le riempiva con un ritmo da farsa popolare, dove l’erotismo non era mai esplicito ma sempre sfacciatamente allusivo. Le sue muse, da Fenech a Guida, diventarono così icone di un desiderio collettivo, raccontato senza filtri intellettuali ma con una perizia da artigiano dello spettacolo.

L’addio in Brasile e il ricordo del cugino Sergio Martino

La notizia della scomparsa, avvenuta a Rio, ha riacceso i riflettori su un regista che, vivendo ormai lontano dai set, aveva chiuso silenziosamente i conti con un’industria che non sempre lo aveva rispettato. Le parole del cugino Martino – «con lui ho diviso tanti anni di lavoro» – aggiungono un tono familiare al cordoglio, quasi a voler restituire a Tarantini quella dignità professionale che in vita gli era stata spesso negata. Nessuna celebrazione trionfale, nessuna retorica: solo la consapevolezza che senza registi come lui, capaci di riempire le sale con pochissimo e di parlare a un pubblico vasto e trasversale, il ritratto del cinema italiano di quegli anni sarebbe monco.

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