Wall Street e il fantasma della bolla tech, tra allarmi e bilanci sotto accusa
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Redazione Economia
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Se si dà credito alle analisi che giungono dalla City di Londra, l’economia americana si troverebbe sull’orlo di una crisi finanziaria di proporzioni storiche, una bolla speculativa che, secondo il britannico The Economist, potrebbe rivelarsi persino più devastante di quella che travolse le dotcom nel 2000, con una perdita di ricchezza stimata in 35 mila miliardi. Julien Garran di MacroStrategy, un altro analista d’Oltremanica, fornisce stime ancor più cupe, sostenendo che la bolla costruita attorno ai titoli legati all’intelligenza artificiale sia diciassette volte più ampia di quella di un quarto di secolo fa e potenzialmente quattro volte più distruttiva del crollo dei mutui subprime che nel 2008 scatenò il terremoto globale.
Le accuse di Michael Burry agli hyperscalers
Nel mentre, prosegue la sua battaglia personale Michael Burry, il gestore reso celebre dal cinema per aver scommesso contro il mercato immobiliare prima del grande crack. Egli ha ora rivolto le sue accuse verso i colossi del cloud computing, i cosiddetti “hyperscalers” come Amazon, Google, Meta e Microsoft, i quali, a suo dire, starebbero artificiosamente pompando i loro utili. Il meccanismo, denunciato pubblicamente, consisterebbe in una sottostima sistematica degli ammortamenti, una contabilità creativa applicata agli ingentissimi investimenti necessari per l’AI, che comprendono server di nuova generazione, data center e, non da ultimo, le costosissime unità di elaborazione grafica prodotte da Nvidia.
Lo spread delle obbligazioni corporate come termometro
Un dato oggettivo, tra i molti che gli investitori scrutano con apprensione, è rappresentato dall’andamento dello spread medio sui bond corporate emessi proprio da quelle grandi realtà tecnologiche. Quel differenziale di rendimento, che le loro obbligazioni mostrano rispetto ai titoli di Stato considerati privi di rischio, funge da termometro della fiducia: quando lo spread si allarga, segnala infatti che il mercato inizia a percepire un rischio di credito maggiore e una solidità patrimoniale non più così granitica come in passato, il che, nel contesto attuale di euforia per l’intelligenza artificiale, suona come un campanello d’allarme da non ignorare.
Le paure delle grandi imprese mondiali
Questa percezione di un’instabilità latente non è confinata alle sole stanze dei bottoni di Wall Street, ma trova riscontro anche nelle survey condotte tra i grandi attori economici globali. Un’indagine di Oxford Economics, la Global Risk Survey, ha rivelato come un terzo delle multinazionali intervistate collochi una potenziale crisi del settore tech tra i principali pericoli per l’economia mondiale. La delusione delle aspettative riposte nell’intelligenza artificiale, dunque, viene temuta dalle imprese più di altre evenienze, configurandosi come un’incognita in grado di ridisegnare gli equilibri e le priorità della governance aziendale a livello internazionale.




