La pace di The Donald certifica il fiasco
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Redazione Esteri
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Molte concessioni e il rinvio della questione cruciale – quello nucleare, per l’esattezza – sembrano essere il prezzo che Donald Trump deve pagare per uscire dal pantano mediorientale. L’accordo con l’Iran, che secondo le indiscrezioni delle ultime ore sarebbe ormai imminente, rischia di consegnare a Teheran proprio ciò che la campagna militare, battezzata "Operazione Epic Fury", avrebbe dovuto distruggere: potere e influenza.
Già, perché se da un lato il presidente americano rivendica i progressi nelle trattative, dall’altro i falchi del suo stesso partito lo accusano apertamente di voler firmare una tregua che sa più di resa che di vittoria. Lo smacco è sotto gli occhi di tutti, e la Cina, osservatrice silenziosa ma partecipe, pare godersi lo spettacolo di un’America che arretra mentre i sigilli dello Stretto di Hormuz restano chiusi almeno fino alla firma del trattato.
I falchi in rivolta e il dilemma nucleare
Non c’è pace peggiore di quella che umilia chi la sottoscrive, e i falchi repubblicani – da Lindsey Graham a Ted Cruz – lo stanno ripetendo a gran voce, temendo che il Commander-in-Chief abbia perso la bussola. La loro rabbia non nasce da un generico pacifismo, bensì dai termini dell’intesa che filtra dai canali diplomatici: Teheran potrebbe mantenere una capacità di arricchimento dell’uranio (seppur ridimensionata) e tornare a incassare miliardi di asset congelati, in cambio della semplice riapertura di una via d’acqua che non avrebbe mai dovuto chiudere.
L’amministrazione, attraverso la voce del segretario di Stato Marco Rubio, tenta di arginare la critica, ribadendo che nessuna intesa definitiva è stata firmata e che le richieste su "uranio altamente arricchito e distruzione delle infrastrutture" restano valide. Tuttavia, le smentite su presunte concessioni (la sospensione ventennale dell’arricchimento è stata definita "una menzogna assoluta" da Teheran) lasciano intendere che la partita si giochi su un campo minato, dove i dettagli tecnici diventano armi di ricatto politico.
Il costo della guerra e lo scollamento con l’elettorato
Trump, che siede alla Casa Bianca per la seconda volta ormai da 488 giorni, deve fare i conti con un dato oggettivo che non può essere archiviato come "fake news": il costo del conflitto per le tasche degli americani. Secondo le stime, la guerra ha bruciato risorse per decine di miliardi di dollari, senza contare l’impennata del prezzo del carburante causata dal blocco navale. Ecco, è proprio questo il punto dolente: l’elettore comune, quello che riempie il serbatoio al distributore, non vede l’ora di voltare pagina, anche a costo di ingoiare un rospo diplomatico.
Questa frattura spiega l’ambiguità delle ultime dichiarazioni presidenziali. Da un giorno all’altro, Trump è passato dall’annunciare un "grande accordo o niente" al frenare gli entusiasmi, ordinando ai negoziatori di non affrettarsi. Una tattica, questa del rinvio e della minaccia, che mira a tenere insieme i pezzi di una coalizione in frantumi.
Purghe interne e il controllo del Partito
Nonostante lo scivolone in politica estera – o forse proprio per compensarlo – all’interno dei confini nazionali Trump stringe le maglie del suo potere con metodi spregiudicati. Il partito Repubblicano, si dice, è sottoposto a una sorta di "purghe staliniane" contro chi osa mostrare il minimo segno di dissenso. La strategia è chiara: azzerare i traditori per ricompattare il fronte in vista delle elezioni di medio termine, trasformando il Grand Old Party in una macchina da guerra personale il cui unico slogan è "Il partito sono io".
Tuttavia, questa disciplina di ferro vacilla sotto il peso dei numeri. Il tasso di approvazione è crollato al 37%, un calo di 21 punti rispetto all’inizio del mandato, e persino frange storiche dell’elettorato, come quella ispanica (decisiva per la vittoria del 2024), mostrano segni di stanchezza.




