Super Mario Galaxy – Il film, l’audace richiesta di Glen Powell e i colpi di scena sulla mitologia Nintendo

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   L’idraulico più famoso del mondo torna sul grande schermo con un sequel che, a sorpresa, ha finito per intrecciare le sue dinamiche con un’altra icona del catalogo Nintendo, quella di Star Fox. A raccontare i retroscena di questa inedita collaborazione è stato Chris Meledandri, il responsabile di Illumination, il quale ha rivelato come l’ingaggio di Glen Powell nel ruolo di Fox McCloud non sia stato il frutto di un provino tradizionale, bensì il risultato di una chiamata a freddo. L’attore, spinto da una passione personale per il personaggio, aveva contattato lo studio nella speranza di dare voce al pilota spaziale in un ipotetico film dedicato a Star Fox; un desiderio che, per una singolare coincidenza temporale, si è allineato perfettamente con i piani che Meledandri e il leggendario game designer Shigeru Miyamoto stavano già sviluppando per espandere l’universo narrativo del sequel.

Powell, in quel momento, non poteva sapere che le sue speranze avrebbero trovato spazio proprio all’interno di Super Mario Galaxy – Il film, né tantomeno che la produzione avesse già in mente di includere il suo amato personaggio nella trama spaziale del nuovo capitolo. Questa coincidenza, definita dallo stesso produttore una sorta di dono inaspettato, ha portato alla scelta di un interprete la cui attitudine è stata ritenuta perfettamente in sintonia con il carattere di Fox McCloud. Non è stato l’unico caso di proattività da parte degli attori: anche Donald Glover, dopo il successo del primo film, si era messo in contatto con lo studio per manifestare il proprio interesse, ottenendo poi il ruolo di Yoshi. Due esempi, questi, di come il successo del primo capitolo abbia generato un interesse diretto da parte di attori desiderosi di entrare a far parte di un franchise ormai consolidato.

Dal punto di vista narrativo, il lungometraggio si spinge oltre il semplice fan service, introducendo degli snodi narrativi che hanno l’effetto di riscrivere, almeno per il grande schermo, alcuni aspetti della mitologia consolidata dei videogiochi. La sceneggiatura gioca con le origini della Principessa Peach, rivelando un legame familiare finora inesplorato con Rosalinda, la misteriosa sovrana dell’Osservatorio Cometa. Se nei giochi le due figure appartenevano a mondi distinti – con Rosalinda che nei titoli originali vantava una propria tragica storia familiare priva di una sorella – la pellicola sceglie di intrecciarne i destini, costruendo un’archeologia emotiva che spiega le motivazioni profonde dei personaggi. Questo cambio di rotta, che collega la sovrana del Regno dei Funghi alla principessa galattica, rappresenta una delle svolte più significative per i fan di vecchia data, abituati a una continuità differente.

La regia di Aaron Horvath e Michael Jelenic, affiancati da Pierre Leduc, si confronta con un’ambientazione che abbandona in parte le atmosfere del primo film per abbracciare la dimensione siderale, un azzardo visivo che si traduce in una sequenza di mondi coloratissimi e situazioni spericolate. Il ritorno di Bowser, questa volta affiancato dal figlio Jr., e l’introduzione di creature iconiche come gli Sfavillotti (i piccoli Luma) contribuiscono a mantenere alta la spettacolarità. Tuttavia, se da un lato l’espansione dell’universo narrativo attraverso l’inclusione di personaggi come Fox McCloud – la cui presenza nella storia principale è stata accolta con reazioni contrastanti per via del suo inserimento a tratti defilato – rappresenta un’operazione ambiziosa, dall’altro la critica ha sottolineato come il prodotto rischi talvolta di scivolare verso un eccesso di citazionismo fine a se stesso.

Nel dettaglio, il legame tra Peach e Rosalinda non è solo un espediente narrativo per aumentare la posta in gioco, ma diventa il motore stesso dell’azione. La rivelazione, che avviene in un momento cruciale della trama, vede le due principesse scoprire di essere sorelle, separate da Rosalinda stessa per proteggerle da forze malvagie che bramano i loro poteri combinati. Questa scelta, che richiama dinamiche tipiche di altri franchise cinematografici, rappresenta una deviazione netta rispetto ai videogiochi e costituisce uno degli elementi di maggiore discussione tra gli appassionati, abituati a una rappresentazione più frammentata e meno interconnessa delle figure femminili dell’universo Nintendo. In questo senso, il film opera una sintesi narrativa che privilegia la funzionalità della trama rispetto alla fedeltà pedissequa al materiale originale.

Non mancano, infine, elementi che spingono lo sguardo oltre la visione, con la consueta sequenza a metà dei titoli di coda che introduce un ulteriore tassello. In quella sede, dopo la partenza di Fox McCloud verso il suo universo, si fa strada un nuovo personaggio destinato ad avere un peso specifico nelle evoluzioni future: la Principessa Daisy, il cui arrivo suggerisce una possibile espansione del mondo narrativo che potrebbe proseguire sulla falsariga di quanto già visto con l’unione delle due eroine. Un arricchimento del cast che, ancora una volta, conferma la volontà di trasformare il franchise in un contenitore capace di accogliere le molteplici anime della casa di Kyoto, mescolando toni avventurosi e dinamiche familiari in un mix che, nonostante qualche critica sull’eccessiva frammentazione della trama, punta a consolidare il successo del primo capitolo.

La costruzione di un crossover atteso

Le dinamiche produttive dietro l’ingresso di Star Fox nell’universo cinematografico di Mario rivelano un approccio più fluido e reattivo rispetto ai tradizionali processi di adattamento. La circostanza per cui fu l’attore stesso a proporsi, in un momento in cui le carte erano ancora in fase di definizione, racconta di un rapporto simbiotico tra la creatività degli interpreti e lo sviluppo dei progetti. Shigeru Miyamoto, dal canto suo, ha spiegato di aver dovuto avviare un’attività di “lobbying” interna per superare la riluttanza tradizionale di Nintendo a mescolare i propri brand, un ostacolo che è stato superato grazie alla cornice spaziale del film, ritenuta la cornice ideale per un personaggio abituato a viaggiare tra le stelle. Un percorso, questo, che ha trasformato una telefonata spontanea in una delle scelte di casting più chiacchierate, confermando come l’approccio artigianale di Illumination tenda a valorizzare la passione individuale degli artisti coinvolti.

Un’estetica dell’abbondanza tra mondi e personaggi

Sul piano visivo, il film si caratterizza per una volontà di espansione quasi esagerata: si passa dai pianeti coloratissimi popolati da tartarughe, funghi e scimmiette truffatrici alle architetture futuristiche degli incroci galattici. Il lavoro di messa in scena, pur dimostrando una certa inventiva nel mescolare situazioni di derivazione fantascientifica con quelle più fiabesche, ha portato con sé il rischio di sacrificare lo sviluppo lineare della trama in favore di una girandola di citazioni. Le sequenze d’azione, in particolare quelle ambientate in scenari a gravità zero, restituiscono un certo dinamismo, ma la critica ha rilevato come la foga di inserire nuovi elementi – dai Pikmin al robottino R.O.B. – finisca per appesantire la narrazione principale, trasformando a tratti l’esperienza in un inventario visivo piuttosto che in un racconto organico. Una scelta che, se da un lato delizia il pubblico più attento ai dettagli, dall’altro lascia scoperto chi cerca una profondità maggiore nelle relazioni tra i protagonisti.

Il respiro lungo del franchise

La chiusura del film, con le sue sequenze aggiuntive, lascia intendere un disegno industriale di ampio respiro, dove l’introduzione di Daisy non è un semplice omaggio ma un tassello di un mosaico in evoluzione. L’intero impianto produttivo, supportato da un cast vocale stellare che include anche Brie Larson nel ruolo di Rosalinda e Benny Safdie in quello di Bowser Jr., sembra finalizzato a costruire una mitologia cinematografica parallela a quella dei giochi. La scelta di riscrivere le origini di Peach e Rosalinda, trasformandole in sorelle, costituisce la chiave di volta di questa operazione: non più semplici principesse da salvare, ma figure attive il cui passato condiviso diventa il motore della trama. Un’interpretazione che, pur allontanandosi dalla tradizione dei videogiochi, rappresenta un tentativo di adeguare il linguaggio del franchise alle aspettative narrative del pubblico contemporaneo, sfruttando la libertà concessa dal medium cinematografico per rielaborare decenni di storia videoludica.

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