Premio Strega 2026, la dozzina degli ottant’anni tra autobiografia e ritorno al romanzo puro
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Sono stati annunciati il primo aprile – data non casuale per un mondo, quello letterario, che ama i giochetti di rimando – da Melania Mazzucco nel corso di una conferenza stampa romana, i dodici titoli che da qui a luglio si contenderanno la vittoria finale dell’ottantesima edizione del Premio Strega. La proclamazione, avvenuta nella Sala del Tempio di Vibia Sabina e Adriano, ha messo fine alla fase di selezione tra le settantanove opere proposte dagli Amici della domenica, il comitato di lettori che da decenni alimenta il motore del più celebre concorso letterario italiano. E già scorrendo i nomi dei finalisti di quest’anno, si nota un’eterogeneità di fondo che ormai sembra essere diventata un marchio di fabbrica: ai volumi dalla struttura classica, quelli che potremmo definire “di razza”, si affiancano romanzi dalla vena decisamente più avanguardista, talvolta persino sfacciati nel loro voler rompere gli schemi narrativi tradizionali.
L’ottantesima edizione e il peso della memoria autobiografica
Il Premio Strega compie dunque ottant’anni, e il traguardo – va detto – non è passato inosservato nemmeno nella scelta dei candidati. Se nel 2025 le storie personali degli autori avevano dominato la scena, quest’anno quelle stesse vicende autobiografiche trovano ancora spazio, seppure in misura minore: alcuni scrittori hanno scelto di trasportare il proprio vissuto sulla pagina, trasformando esperienze private in materia narrativa. Non mancano, in questa dozzina, i toni intimi e confidenziali, quelli che sfiorano il diario e lo trasformano in romanzo. Eppure, a fare da vero perno dell’edizione 2026, è un’altra tendenza: il ritorno, prepotente e quasi rivendicato, del romanzo nel suo senso più puro. Quello che mette al centro i fatti, gli intrecci, i personaggi e i loro conflitti; quello che non cerca rifugi nella saggistica camuffata né nella cronaca a tesi, ma costruisce mondi.
Bianca Pitzorno e il rifiuto della “Sardegna magica”
Tra i settantanove partenti, una delle voci che ha saputo ritagliarsi il posto con maggiore decisione è quella di Bianca Pitzorno. La scrittrice, presentatasi ieri a Roma con il suo “La sonnambula” (edito da Bompiani), ha letteralmente svettato nella selezione, guadagnandosi un posto d’onore nella dozzina finale. C’è una definizione, a suo dire, che le provoca vere e proprie convulsioni: «Quando qualcuno definisce la Sardegna magica e ancestrale. Un format per turisti mordi e fuggi, un immaginario da vacanza breve». E proprio perché di quella Sardegna da cartolina – stereotipata e liquida – nel suo romanzo non c’è traccia, che l’ingresso di Pitzorno tra i finalisti assume i contorni di una piccola rivincita letteraria. La sua opera, infatti, sembra voler ribaltare ogni attesa, offrendo una narrazione spoglia di folklore e ricca, invece, di una tensione narrativa asciutta e contemporanea.
Una dozzina eterogenea tra tradizione e sperimentazione
I dodici titoli ammessi alla selezione finale – annunciati senza troppi fronzoli da Melania G. Mazzucco, che ha operato la scelta insieme al Comitato direttivo – disegnano un quadro variegato. Da un lato, troviamo romanzi che si appoggiano a una solida impalcatura realista, con personaggi ben definiti e una progressione temporale lineare; dall’altro, convivono opere che sembrano voler esplorare i confini del linguaggio, giocando con la struttura, la punteggiatura e persino con il patto di fiducia tra autore e lettore. È un mix che, come già accadde lo scorso anno, mescola generi e registri senza timori reverenziali. E mentre mostre storiche e tour internazionali celebrano il mezzo secolo di vita del premio, la macchina dello Strega si rimette in moto: tra qualche settimana si passerà al secondo scrutinio, e poi al terzo, fino alla notte finale che decreterà il vincitore. Per ora, resta la fotografia di un’edizione che ha scelto di non rinnegare le proprie contraddizioni, anzi: le ha messe in bella mostra, in una dozzina che parla di ieri, di oggi e di quel che la narrativa italiana continua a saper fare meglio: raccontare storie.




