Curia ferrarese contro l’artista «blasfemo»

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La diagonale che unisce la provocazione rock di Marilyn Manson, il cantante americano dal look gotico e dal repertorio dissacrante, e la quiete claustrale di un convento di suore ferraresi, si è trasformata in uno scontro frontale tra istituzioni. Da un lato il sindaco leghista Alan Fabbri, dall’altro la diocesi guidata dal vescovo Gian Carlo Perego, figura nota per le sue posizioni a favore dei migranti e per una certa indifferenza – già manifestata in passato – sulla presenza obbligatoria del crocifisso nelle aule scolastiche. Al centro della contesa, il backstage del concerto che Manson terrà l’11 luglio al Ferrara Summer Festival: l’artista aveva scelto, d’accordo con le suore della San Vincenzo, di sistemarsi proprio dentro il loro convento. Poi il dietrofront. Le religiose, che pure avevano annunciato il supporto logistico per l’intera durata della manifestazione, hanno ritirato la disponibilità. Un no secco, motivato dal carattere «blasfemo» di chi quel palco lo calcherà.

Il «no» delle suore e la reazione del primo cittadino

Non è un dettaglio secondario, quello del rifiuto, perché il convento non è una struttura neutra: è un luogo consacrato, abitato da voti perpetui, dove il silenzio e la preghiera scandiscono le ore. Accogliere un artista che ha fatto della trasgressione (e dei simboli religiosi strappati, bruciati o distorti) una bandiera, per le suore significherebbe tradire la propria missione. Così hanno detto basta, nonostante l’accordo precedente. Il sindaco Fabbri, da parte sua, ha subito alzato il tono, accusando la Curia di ostacolare un evento che porta soldi e turisti in città. «Niente convento per Manson», hanno ribattuto seccamente dalla diocesi, senza mezzi termini. Una replica che, nelle parole del primo cittadino, suonerebbe come un atto di chiusura ideologica più che di prudenza pastorale.

L’affondo di Calvano (Pd): «Uno stile che ricorda Trump»

È a questo punto che il dibattito esce dai confini della cronaca locale e assume una valenza politica netta. A intervenire è Paolo Calvano, capogruppo del Partito Democratico nell’Assemblea legislativa dell’Emilia Romagna. «Le esternazioni del sindaco verso la Curia – dichiara Calvano – stanno diventando di giorno in giorno più gravi». Non un semplice dissenso, ma un giudizio pesante: «Siamo in presenza di un crescendo preoccupante che rischia di minare la coesione sociale e istituzionale nella nostra città». L’affondo più tagliente, però, arriva sul metodo. «L’autonomia della Curia – aggiunge – e in questo caso delle suore della San Vincenzo, va rispettata e non sistematicamente condannata». Poi il paragone esplicito: il populismo verbale di Fabbri, secondo Calvano, ricorderebbe lo stile del presidente americano Donald Trump – oggi alla Casa Bianca da più di un anno, con una rielezione ormai assodata e non più oggetto di discussione. Un parallelo che non lascia spazio a fraintendimenti.

Il nodo del rispetto istituzionale e il rischio di una frattura

Quel che emerge, al di là delle simpatie o antipatie per Manson (il quale, va detto, in passato ha affrontato numerose accuse giudiziarie, risolte in parte con archiviazione e in parte con accordi), è una questione di confine tra poteri. La Curia ha detto no. Poteva motivarlo meglio? Forse. Ma resta il fatto che un convento non è un teatro privato, e le suore non sono impresarie. Dall’altra parte, il sindaco legittimamente promuove gli eventi estivi, ma la sua asperità verbale rischia di trasformare un intoppo logistico in una guerra di religione (o quasi). Calvano sottolinea un punto non banale: la coesione sociale non è un optional, e se un’amministrazione sceglie sistematicamente la via dello scontro con una realtà radicata come la diocesi, il prezzo lo paga la città. Ferrara, in fondo, non è abituata a questi toni. E mentre Manson cercherà un altro camerino – magari meno suggestivo ma più accogliente – resta aperta la ferita di un dialogo che, in questa estate rovente, sembra essersi incrinato per sempre.

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