Il convitato di pietra: a Marilyn Manson negato il convento, il sindaco Fabbri parla di “ordini dall’alto”

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La consueta quiete della piazza Ariostea, a Ferrara, è stata scossa da una vicenda che mescola musica, fede e politica, il tutto condito da quel gusto per il grottesco che solo il rock più estremo sa regalare. La notizia, rimbalzata dagli uffici comunali fino alle pagine della cronaca nazionale, è la seguente: a Brian Hugh Warner, in arte Marilyn Manson, è stato negato l’accesso al backstage che gli era stato promesso. Non un retropalco qualunque, va detto, ma quello del convento delle suore di San Vincenzo, un luogo di preghiera e raccoglimento che, per una strana ironia della sorte, da anni viene utilizzato come zona di riposo per gli artisti in attesa di salire sul palco del Ferrara Summer Festival. Una prassi consolidata, quella dell’ospitalità “sotto la tonaca”, che aveva accolto senza particolari scossoni band dall’attitudine tutt’altro che melensa, come gli Slipknot; eppure, quando si è trattato di preparare la stanza per l’“Antichrist Superstar”, il clima è improvvisamente cambiato.

Il dietrofront del convento dopo il clamore mediatico

A raccontare il curioso retroscena è lo stesso primo cittadino, Alan Fabbri, che nel giro di poche ore è passato dall’entusiasmo per un colpo giornalistico all’amarezza per un vero e proprio veto istituzionale. Solo martedì, infatti, il sindaco leghista aveva lasciato intendere con orgoglio che l’organizzazione avrebbe offerto al cantante di “shock rock” un’accoglienza da record, facendo leva proprio sul contrasto stridente tra la morale cattolica e la blasfemia scenica dell’artista. Ma i tempi cambiano in fretta, specialmente quando i social media amplificano ogni dettaglio. “A cuor leggero ho dichiarato alla stampa una particolare verità”, ha scritto Fabbri in un post che sa di resa, “purtroppo, dopo tutta questa attenzione mediatica, le suore hanno comunicato di aver ricevuto ordini dall’alto, quindi immagino dalla Curia”. E così, quella che prometteva di essere un’immagine spiazzante (il rocker truccato tra i banchi della sacrestia) si è trasformata in un caso politico.

La decisione delle religiose – o meglio, la direttiva ricevuta da chi, stando alle parole del sindaco, ha l’autorità per impartirla – non si limita a chiudere le porte del chiostro alla sola data di sabato 11 luglio, quando Manson è atteso in città per l’unica data dell’estate nel Nord Italia (dopo l’appuntamento di Bari del 13 luglio e quello di Roma del 14). No, la mossa appare ben più radicale, gettando un’ombra persino sul prosieguo del festival stesso. Fabbri ha infatti rivelato che l’interruzione del supporto riguarda “tutto il Ferrara Summer Festival”, costringendo l’amministrazione a correre ai ripari per trovare una nuova struttura che accolga gli artisti in arrivo.

La “pecorella smarrita” e la replica dell’arcidiocesi

Qui, però, il racconto dei fatti si intreccia con la reazione a catena che ne è seguita. Il primo cittadino, pur dichiarandosi “dispiaciuto” e certo che “le suore non abbiano colpe”, non ha resistito alla tentazione di restituire l’affondo teologico alla Curia. In un passaggio del suo sfogo, diventato virale per l’ironia involontaria, Fabbri ha evocato la metafora evangelica della “pecorella smarrita”. Secondo la sua visione, di fronte a un personaggio discusso come Manson (celebre per gli strappi alla Bibbia e le performance dissacranti), la Chiesa avrebbe dovuto tendere la mano invece di alzare il ponte levatoio. Una riflessione, questa, che suona come una critica diretta a chi, secondo lui, lo attacca abitualmente in materia di diritti civili e integrazione.

La replica, prevedibilmente, non si è fatta attendere. A parlare non è stato un parroco qualunque, ma l’arcidiocesi di Ferrara-Comacchio in persona, la quale ha voluto innanzitutto chiarire un punto cruciale: la decisione delle suore è autonoma o, al massimo, dettata dai loro superiori diretti nell’ambito dell’ordine delle Suore della Carità, non certo da un ipotetico “telefonino” vescovile. Sconcerto e indignazione, queste le parole usate dalla curia per commentare le illazioni del sindaco, definite “affermazioni senza alcun riscontro”. “Le suore sono perfettamente in grado […] di decidere per se stesse”, si legge nella nota, che poi aggiunge un affondo secco sulla scelta di ospitare un simile artista, giudicata negativamente per la crescita dei giovani e per il rispetto del sacro.

Il valore (scomodo) di un simbolo nel 2026

Al netto delle schermaglie politiche e religiose, che animano il dibattito in vista dell’estate, resta il dato nudo e crudo dell’accaduto: un consueto spazio logistico – dove cantanti e musicisti si preparano prima di esibirsi in piazza – è stato negato a un cinquantasettenne dall’estetica gotica che, a distanza di anni dagli scandali e dalle recenti archiviazioni per le accuse di violenza, continua a dividere l’opinione pubblica. Se si esclude il precedente dei sold out milanesi del 2025, che avevano già segnato il ritorno sulle scene di Manson in una forma più sobria e asciutta, il caso di Ferrara dimostra come il simbolo pesi ancora più della realtà. L’intenzione di usare il convento come camerino, inizialmente pubblicizzata dal sindaco come un atto “progressista”, si è rivelata un azzardo mediatico destinato a naufragare contro il muro di chi non vuole mescolare la cura delle anime con il merchandising dello choc.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.