La sentenza della discordia e i controlli a Orio: cosa resta di Schengen dopo i 50mila ingressi a Ceuta
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Redazione Interno
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Per capire cosa è successo il 30 luglio 2026, quando circa 50.000 persone hanno varcato la frontiera di Ceuta in ventiquattr'ore, bisogna tornare indietro di un mese esatto, al 29 giugno, giorno in cui il Tribunal Supremo spagnolo ha depositato la sentenza n. 814/2026.
La pronuncia, arrivata dalla Sezione Quinta della Sala de lo Contencioso-Administrativo con il magistrato ponente Fernando Román, riguardava il caso di un cittadino algerino intercettato in mare il 14 novembre 2024 mentre nuotava verso l'enclave spagnola in Nord Africa con altre due persone; quell'uomo era stato immediatamente riconsegnato alle autorità marocchine senza che fosse stato attivato alcun procedimento amministrativo formale.
Una decisione che, nelle intenzioni del governo spagnolo, avrebbe dovuto fungere da deterrente ma che invece, complice l'effetto combinato con l'ondata migratoria e la decisione di riaprire i valichi, ha generato l'assedio delle ultime ore.
La sentenza che ha cambiato le regole
Il nodo giudiziario è centrale per comprendere la reazione a catena che ha portato il governo italiano a innalzare un muro procedurale contro Madrid. La sentenza n. 814/2026 ha di fatto stabilito che le espulsioni sommarie, quelle che avvengono senza un'identificazione certa e senza la possibilità per il migrante di opporsi, violano gli standard di protezione internazionale, creando un vulnus nelle garanzie che gli Stati membri si sono impegnati a rispettare anche all'interno dello spazio Schengen.
Per gli osservatori giuridici, il verdetto del Supremo rappresenta un campanello d'allarme non solo per la Spagna, ma per tutti i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, perché mette in discussione la prassi dei respingimenti "a caldo" che molte nazioni, Italia compresa, hanno utilizzato per gestire i flussi provenienti dalla sponda sud.
Eppure, mentre la magistratura spagnola cercava di tracciare un confine netto tra sovranità nazionale e diritto d'asilo, la situazione sul campo precipita, e le enclave di Ceuta e Melilla si trasformano nel termometro di una febbre che rischia di contagiare tutto il continente.
Orio al Serio e i controlli mirati
Mentre la politica europea arranca e cerca di mettere a punto una strategia comune, le conseguenze pratiche di questa crisi si fanno sentire anche a livello locale, come dimostra quanto sta accadendo all'aeroporto di Orio al Serio, dove la Polizia di frontiera ha attivato controlli mirati sui voli in arrivo dalla Spagna. Con l'inizio del mese di agosto, e un traffico che nei weekend supera i 60.000 passeggeri al giorno tra partenze e arrivi, la decisione del Governo Meloni di sospendere temporaneamente per tutto il mese l'accordo di Schengen con la Spagna impone verifiche aggiuntive nei porti e negli scali italiani; un'operazione che l'esecutivo definisce necessaria per difendere la sicurezza dei cittadini, pur ponendo particolare attenzione a limitare qualsiasi impatto sui flussi turistici estivi, che rappresentano una voce fondamentale per l'economia del Paese.
Di fatto, i viaggiatori che atterrano a Orio provenienti da città spagnole come Madrid o Barcellona si trovano ora a fare i conti con un doppio filtro, perché al controllo standard dei documenti si aggiunge una verifica più approfondita che, nelle intenzioni del Viminale, dovrebbe scongiurare l'ingresso di persone potenzialmente pericolose o sprovviste dei requisiti per soggiornare nel territorio nazionale, una misura che di fatto ripristina barriere che sembravano definitivamente abbattute con i trattati europei.
Il racconto della traversata e il bilancio dei recuperi
Chissà se c'è anche il compagno di traversata di Mohammed tra gli 88 corpi recuperati finora nelle acque spagnole di Ceuta; una domanda che rimane sospesa mentre emergono i dettagli di quella notte di mercoledì scorso, quando dalla spiaggia marocchina di Almina, a circa 14 chilometri di distanza, sono partite decine di persone con l'obiettivo di raggiungere la costa europea.
Mohammed, che ha raccontato la sua esperienza ai giornalisti, ha spiegato che lui e il suo amico sono partiti alle due di notte, con le pinne ai piedi e il buio come unico alleato, per evitare di essere intercettati, visto che la frontiera era ancora chiusa e sarebbe stata riaperta solo poche ore dopo, quasi come se qualcuno, dall'altra parte, avesse aspettato il momento giusto per far confluire la massa di persone verso il valico.
«Cinque ore a nuoto nel buio», ha detto, «le onde hanno ingoiato il mio amico», e quelle parole diventano il simbolo di una tragedia che si consuma ogni giorno sotto gli occhi dell'Europa, tra numeri che fanno impressione e storie che restano nell'ombra, in quello che ormai viene definito l'obitorio degli invisibili, dove i cadaveri recuperati sono solo una minima parte di quelli che giacciono sul fondale o che sono stati trascinati via dalle correnti.
La reazione politica e il modello Albania
In attesa della riunione d'emergenza dei ministri dell'Interno dei 27 Paesi comunitari, fissata per domani, il ministro degli Esteri Antonio Tajani, intervenuto a Marina di Pietrasanta, ha avuto modo di tracciare la posizione italiana e di commentare l'isolamento della Spagna, sostenendo che il premier spagnolo Sanchez abbia sbagliato tutto nella gestione della crisi di Ceuta.
L'incontro del Coreper di oggi, in cui gli ambasciatori delle nazioni della Ue stanno preparando il terreno per il vertice di domani, rappresenta un passaggio delicato, perché da queste discussioni potrebbe emergere una linea comune oppure, come temono molti osservatori, un'ulteriore frattura tra i Paesi del Sud, più esposti ai flussi migratori, e quelli del Nord, che vivono il fenomeno in modo più distaccato.
Tajani, che ha condiviso il palco con Antonio Preziosi, direttore del Tg2, ha ribadito che la posizione italiana punta a ottenere un cambio di passo nelle politiche europee di gestione delle frontiere, menzionando il modello Albania come esempio virtuoso di esternalizzazione dei controlli, un sistema che la Ue guarderebbe con interesse nonostante le critiche sollevate dalle organizzazioni per i diritti umani, che lo ritengono una forzatura del diritto internazionale.
Nel frattempo, mentre i diplomatici discutono nei palazzi di Bruxelles e i migranti continuano ad affollare le spiagge del nord Africa, lo spazio Schengen, che per decenni ha rappresentato il simbolo dell'unità europea, mostra tutte le sue fragilità, messo in ginocchio da una crisi che non è solo numerica ma anche, e forse soprattutto, politica.
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