Deutsche Bank, richieste di risarcimento per 850 milioni da ex dirigenti dopo il processo Mps
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Un contenzioso legale dal valore potenziale di circa 850 milioni di euro, una somma che da sola basterebbe a influenzare le risultanze di un bilancio, torna a proiettare la sua ombra sui conti di Deutsche Bank. All’origine della maxi-richiesta, come si apprende dal rapporto annuale pubblicato dall’istituto di credito tedesco, ci sono le azioni intraprese da un gruppo di sei ex manager, i quali imputano alla banca di non aver ricevuto un’adeguata tutela legale e difensiva in un procedimento penale che si è svolto in Italia. Una vicenda giudiziaria, quella legata alle complesse operazioni finanziarie con Banca Monte dei Paschi di Siena, che per loro si era aperta con una condanna in primo grado per poi capovolgersi completamente con un’assoluzione in appello, divenuta definitiva nell’ottobre del 2023 dopo il verdetto della Corte di Cassazione.
Proprio la sentenza definitiva che ha riconosciuto la loro estraneità ai fatti, e in particolare l’accusa di falso in bilancio e manipolazione del mercato legata ai contratti derivati stipulati nel 2008 con Mps, rappresenta ora il fondamento delle loro pretese risarcitorie. La tesi sostenuta dai ricorrenti è che Deutsche Bank li abbia di fatto abbandonati al loro destino, non fornendo agli inquirenti italiani – ossia alla procura di Milano e alla Banca d’Italia – quei documenti che, se prodotti tempestivamente, avrebbero potuto evitare loro anni di procedimenti e il danno d’immagine e professionale conseguente alla condanna di primo grado.
Una battaglia legale su due fronti tra Londra e la Germania
La strategia processuale degli ex dipendenti si articola su due distinti fori giudiziari. Quattro di loro, tra i quali spicca il nome di Michele Faissola, all’epoca dei fatti figura di alto profilo nella gerarchia del gruppo, hanno scelto di agire davanti all’Alta Corte di Londra. La richiesta, depositata nel settembre del 2025, ammonta a oltre 600 milioni di sterline, l’equivalente di circa 696 milioni di euro, a Titolo di risarcimento per quello che definiscono un “presunto pregiudizio” subito dalle loro carriere a causa dell’intera vicenda giudiziaria italiana e della condanna iniziale.
Parallelamente, un altro ex dirigente, Dario Schiraldi, aveva già avviato un’azione legale nel secondo trimestre del 2024 dinanzi ai tribunali tedeschi, chiedendo un risarcimento di circa 152 milioni di euro. Per un sesto ex dipendente, che pure si era rivolto alla giustizia inglese, le fonti parlano di un accordo transattivo raggiunto con la banca, i cui termini sono rimasti riservati. La mole complessiva delle richieste, che si aggira attorno agli 850 milioni di euro, emerge dunque dalla somma di queste diverse iniziative legali, come la stessa Deutsche Bank ha dovuto segnalare nel suo documento di bilancio per trasparenza verso gli azionisti e il mercato.
Le contestazioni della banca e il ruolo dell’audit interno
Netta e senza incertezze appare la posizione dell’istituto guidato da Christian Sewing, che proprio in questi giorni vede il proprio nome tornato alla ribalta non solo per questa causa, ma anche per le sue dichiarazioni sui rapporti transatlantici nella nuova era dell’amministrazione Trump. Nel rapporto annuale, Deutsche Bank definisce le richieste dei suoi ex manager “infondate” e annuncia una difesa “vigorosa”, sottolineando l’intenzione di contestare quelle che vengono considerate “perdite gonfiate e irrealistiche”.
Al centro della disputa, come ricostruito da alcune testate finanziarie, ci sarebbero anche le modalità con cui la banca gestì le verifiche interne sull’operazione “Santorini”. Gli ex manager puntano il dito contro l’attuale amministratore delegato, Christian Sewing, che all’epoca supervisionava l’area audit: sostengono che i risultati di quella revisione, che portarono alla luce presunte irregolarità del team italiano, fossero basati su “dati falsati” e “ragioni opache”. La svolta nel processo penale, con le assoluzioni in appello, arrivò anche grazie a nuovi documenti, prodotti dalle difese, che dimostravano come l’operazione contestata non fosse un unicum pensato per Mps, bensì un prodotto finanziario standardizzato offerto a decine di altri istituti. Un elemento che, secondo la tesi degli ex manager, la casa madre tedesca avrebbe sempre avuto a disposizione ma che avrebbe omesso di condividere con gli inquirenti italiani, preferendo forse allontanare da sé i riflettori delle autorità di vigilanza, in primis la Federal Reserve statunitense, concentrandoli invece sui propri dipendenti.
Nessun accantonamento in bilancio per non pregiudicare l’esito
Per il momento, Deutsche Bank non ha ritenuto opportuno costituire nel proprio bilancio un accantonamento specifico per far fronte a queste richieste. Una scelta, quella di non iscrivere alcun fondo, motivata ufficialmente dalla volontà di non influenzare l’evolversi delle controversie, dal momento che una simile trasparenza potrebbe “pregiudicare gravemente l’esito dei procedimenti”. La banca, che nel 2025 ha chiuso l’esercizio con un utile netto record di 6,1 miliardi di euro, ha comunque aumentato le proprie riserve generali per cause legali, accantonando 293 milioni di euro nell’ultimo anno, in previsione di un contenzioso civile che si preannuncia in crescita.




