Furia Mosca: il super missile su Leopoli. Una menzogna come pretesto per l'ennesima strage

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Una notte di fuoco, ancora una volta, ha martoriato l’Ucraina, tracciando nel cielo scuro il segno inequivocabile di un’escalation che, lungi dall’arrestarsi, muta semplicemente strumenti e pretesti. Una pioggia di droni e missili, tra i quali spicca la letale tecnologia degli ipersonici Oreshnik, si è abbattuta su diversi centri, con Leopoli e la capitale Kiev a pagare il prezzo più alto in termini di distruzione e sangue versato. Il bilancio, per quanto ancora provvisorio e dunque suscettibile di un tragico aggravarsi, parla di quattro vite stroncate e almeno ventisei feriti, alcuni dei quali in condizioni critiche, mentre le sirene dell’allarme risuonavano nelle strade deserte.

La versione del Cremlino e una smentita senza appello

La giustificazione fornita dalle autorità moscovite per questo ennesimo bombardamento, che ha colpito indiscriminatamente obiettivi civili e infrastrutturali, si regge su un assunto definito da ogni fonte internazionale indipendente come pura invenzione. Mosca ha infatti motivato il raid come “risposta all’attacco terroristico del regime di Kiev contro la residenza del presidente della Federazione Russa”, un episodio che, in realtà, non risulta essere mai avvenuto e che è stato categoricamente smentito dai principali osservatori sul campo. Una menzogna strategica, dunque, elevata a casus belli per autorizzare una nuova strage, in un copione che ormai si ripete con sinistra regolarità, mentre a Dnipro si registrano ulteriori attacchi e nuovi feriti.

Le mosse diplomatiche e il piano in venti punti

In questo scenario di persistente violenza, le dichiarazioni del presidente ucraino Volodymyr Zelensky aprono un varco, per quanto esile, su un possibile orizzonte diplomatico. Il leader di Kiev, in un’intervista rilasciata a Bloomberg, ha espresso infatti la speranza di ottenere da Mosca una risposta formale al cosiddetto piano in venti punti entro la fine del mese in corso. Uno spiraglio che, però, si scontra immediatamente con la complessità dei rapporti internazionali, soprattutto dopo il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump. Zelensky ha ammesso di essere a conoscenza del fatto che gli inviati del presidente statunitense, Steve Witkoff e Jared Kushner, abbiano mantenuto “in qualche modo” dei contatti con la Russia, pur dichiarando di ignorare se tali contatti possano tradursi in prossimi incontri personali sul suolo russo. Una dinamica che aggiunge incertezza a un quadro già estremamente fluido.

Il Consiglio di Sicurezza Onu e la guerra dei droni

La gravità degli eventi degli ultimi giorni, culminati con i massicci attacchi aerei che hanno lasciato interi quartieri di Kiev senza riscaldamento nel cuore dell’inverno, ha spinto l’Ucraina a richiedere una convocazione d’urgenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, fissata per lunedì. Un tavolo dove, verosimilmente, il segretario generale António Guterres potrebbe rinnovare le accuse a Mosca, dopo aver già condannato pubblicamente l’offensiva. Parallelamente, si intensifica la guerra non convenzionale dei droni: il ministero della Difesa russo ha rivendicato l’abbattimento di ben cinquantanove velivoli senza pilota ucraini sul proprio territorio, di cui undici nella regione del Mar Nero e dieci in quella di Krasnodar, a testimonianza di un conflitto che si espande geograficamente con attacchi e ritorsioni oltre le linee del fronte tradizionale. Mentre si valutano ipotesi di accordi commerciali, come quello di libero scambio con gli Stati Uniti cui allude Zelensky, la realtà quotidiana rimane quella delle esplosioni, dei sistemi antiaerei in azione e dei soccorsi che scavano tra le macerie.

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