La tregua Usa-Iran è in coma, ma Trump tuona contro l'Oman: «Se vi mettete in mezzo vi bombardiamo»

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tregua di sessanta giorni tra Stati Uniti e Iran, scaduta ieri, non è ufficialmente morta ma giace in uno stato di coma profondo, dal quale potrebbe ancora riemergere. A gettare un alone di ambiguità sulla reale portata dell'intesa raggiunta tra Washington e Teheran ci ha pensato Abbas Baqerpour, direttore generale per gli Affari legali del ministero degli Esteri iraniano, il quale ha spiegato che il memorandum d'intesa, pur essendo giunto al termine naturale, conserva ancora margini di manovra per un eventuale rilancio.

Una prospettiva, quella della trattativa, che appare però sempre più remota alla luce delle dichiarazioni rilasciate dal presidente americano Donald Trump nello Studio Ovale, dove ha definito Teheran una nazione "in grossa difficoltà", citando un'inflazione galoppante e un apparato militare che, a suo dire, risulterebbe ormai piegato e sconfitto sul campo.

La minaccia a un mediatore scomodo

Nel frattempo, il fronte diplomatico si è improvvisamente allargato a un nuovo e inaspettato attore, finito nel mirino della Casa Bianca per il suo presunto ruolo di mediazione. Il sultano dell'Oman, storicamente un ponte tra le due sponde del Golfo e spesso utilizzato come canale diplomatico nei momenti di massima tensione, ha ricevuto un avvertimento tanto esplicito quanto minaccioso da parte del tycoon americano.

"Non si è comportato molto bene", ha tuonato Trump riferendosi al governo di Mascate, per poi aggiungere con un tono che non lasciava spazio a equivoci: "Se si mette in mezzo lo bombarderemo pesantemente". Una frase che segna una brusca impennata retorica nei confronti di un Paese che, pur essendo alleato degli Stati Uniti, ha sempre mantenuto rapporti di vicinanza anche con la Repubblica Islamica, cercando di favorire il dialogo tra le parti.

Le rivendicazioni sullo Stretto di Hormuz

Il presidente americano ha inoltre ribadito con forza la volontà di dichiarare lo Stretto di Hormuz, il principale punto di transito per il petrolio mondiale, come "territorio degli Stati Uniti", rivendicando un "controllo totale" su quella che a tutti gli effetti viene considerata una delle rotte strategiche più delicate del pianeta.

Una dichiarazione, quest'ultima, che rischia di infiammare ulteriormente un quadro già instabile, considerando che la sovranità sullo Stretto è da sempre oggetto di contesa con l'Iran, che ne rivendica la giurisdizione e minaccia di chiuderlo in risposta a eventuali pressioni occidentali. Sul fronte strettamente negoziale, Trump ha comunque precisato che la Casa Bianca "non ha fretta" di chiudere un accordo, un atteggiamento che sembra voler lasciare aperta una porta pur tenendo alta la pressione su Teheran, mentre l'amministrazione valuta le prossime mosse sul tabellino mediorientale.

L'appello di Erdogan e la voce di Teheran

In questo clima di tensione esasperata, un tentativo di raffreddare gli animi è giunto dal presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, che in un colloquio telefonico con Trump ha sottolineato l'urgenza di "sfruttare al massimo la diplomazia", auspicando che i negoziati tra Washington e Teheran possano proseguire senza interruzioni. L'agenzia Anadolu ha riportato la nota della direzione per le comunicazioni turca, nella quale il leader di Ankara ha definito "importante" il prosieguo del dialogo in una fase così delicata per gli equilibri dell'intera regione.

La dichiarazione del presidente turco si inserisce in un quadro di crescenti appelli internazionali alla moderazione, sebbene la posizione di Trump appaia al momento orientata verso una linea di rigore e, come dimostrano le minacce all'Oman, di sostanziale chiusura verso qualsiasi forma di intermediazione esterna che non sia direttamente controllata dalla Casa Bianca.

Un'ombra su Gaza e il conflitto con Hamas

Il raggio d'azione della crisi mediorientale si estende inevitabilmente anche al fronte palestinese, dove il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha ribadito al consigliere della Casa Bianca Jared Kushner la posizione di Gerusalemme riguardo al cessate il fuoco nella Striscia di Gaza. Le condizioni poste da Tel Aviv per un eventuale ritiro delle forze di difesa israeliane (Idf) sono rimaste invariate e ferme: il disarmo completo di Hamas e la fine della sua capacità di minacciare il territorio israeliano.

Una linea rossa che, di fatto, rende complicato qualsiasi scenario di de-escalation immediata nella regione, mentre l'Iran continua a essere accusato da Washington di fornire supporto logistico e missilistico ai gruppi armati proxy in tutto il Medio Oriente. Con la tregua in bilico e lo Stretto di Hormuz trasformato in un potenziale casus belli, il giorno 170 del conflitto si chiude con un ennesimo scambio di accuse, mentre l'unica certezza rimane quella dettata dalla volontà statunitense di non concedere spazi a intermediari indesiderati.

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