È morta Maria Franca Ferrero, la signora che tradusse la Nutella nel mondo

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La notizia è arrivata alle prime luci dell’alba di giovedì 12 febbraio, quando la città di Alba, adagiata sulle colline delle Langhe, ha saputo che Maria Franca Ferrero, nata Fissolo, aveva cessato di vivere nella sua casa sulla collina albese, circondata dal silenzio di quelle stanze che per decenni avevano custodito memorie di famiglia e strategie industriali -1. Aveva ottantasette anni compiuti da poco più di tre settimane – era nata il 21 gennaio del 1939 a Savigliano – e da quella residenza, dove era tornata a risiedere dopo anni trascorsi tra Bruxelles e il Principato di Monaco, aveva continuato a esercitare un ruolo discreto ma non defilato all’interno della holding dolciaria che il marito, Michele Ferrero, scomparso nel 2015, aveva trasformato da pasticceria artigianale in una delle multinazionali più penetrate nei mercati di tutti i continenti -2-6.

Il percorso di Maria Franca Fissolo dentro l’azienda, che oggi il figlio Giovanni guida come presidente esecutivo, era cominciato nel 1961 con un incarico da traduttrice e interprete: la ragazza piemontese, dopo gli studi classici e il perfezionamento linguistico a Milano, portava in dote la conoscenza di tre lingue e quella discrezione assoluta che sarebbe rimasta, anche nei decenni successivi, il tratto distintivo della sua presenza pubblica. Fu lì, tra i corridoi dello stabilimento albese, che incontrò Michele e lo sposò l’anno seguente, legando definitivamente il proprio destino a quell’impero dolciario che ancora non era esploso sui mercati globali ma già covava l’ambizione di farlo -2.

L’assemblea straordinaria della Ferrero International, tenutasi il 19 dicembre scorso, aveva deliberato all’unanimità la sua nomina a presidente onorario a vita, introducendo per l’occasione una modifica statutaria che consentisse di attribuire tale carica a chi, come lei, avesse contribuito in modo significativo alla storia e alla reputazione della società -3-10. La motivazione ufficiale, depositata negli atti della holding lussemburghese, ricordava i ventisette anni trascorsi da Maria Franca Ferrero come amministratore e presidente della società, oltre al sostegno prestato al marito in un arco di tempo più che cinquantennale: una formula asciutta, burocratica, che pure tentava di racchiudere l’intreccio inestricabile di vita coniugale e lavoro, di scelte familiari e visione industriale -3.

Di quella visione condivisa resta traccia in alcune testimonianze dirette, rare perché la signora Ferrero non ha mai ricercato la ribalta mediatica, anzi l’ha sistematicamente evitata. In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera nella primavera del 2024, aveva raccontato – con quella cadenza misurata che non indulgeva al sentimentalismo – l’attimo in cui Michele, affacciato sul fiume Meno a Francoforte dopo ore di camminamento nervoso, si era voltato pronunciando una parola inesistente: «Nutella». Lei lo guardò come si guarda un uomo che ha la febbre negli occhi, gli chiese di cosa stesse parlando, e lui rispose che quello era il nome del prodotto che avrebbe corso nel mondo -9. Pochi istanti, una finestra d’albergo, la luce che cambia sul fiume: e la biografia industriale italiana registrava il battesimo di uno dei marchi più riconoscibili del pianeta.

Il peso discreto della Fondazione e il cordoglio istituzionale

Alla sua nuova funzione di presidente onorario, voluta dall’assemblea dei soci come riconoscimento doveroso, Maria Franca Ferrero aveva accompagnato l’impegno costante nelle attività della Fondazione Piera, Pietro e Giovanni Ferrero, costituita nel 1983 per volontà del marito e della suocera. L’idea, aveva confidato sempre in quella rara intervista, germogliò da un pomeriggio sulla Costa Azzurra, dopo una caduta che la costrinse al Pronto Soccorso e una conversazione serale in cui Michele, riflettendo sulla fortuna incontrata, sentì mancare qualcosa di grande che restituisse quanto avevano ricevuto -9. La Fondazione divenne così lo strumento per offrire ai dipendenti in pensione una qualità dell’invecchiamento diversa, palestre, assistenza sanitaria, laboratori condivisi con i bambini: un welfare paternalistico e insieme innovativo, tipico della cultura imprenditoriale delle famiglie del Nordovest.

Il presidente della Provincia di Cuneo, Luca Robaldo, ha espresso il cordoglio dell’amministrazione definendo Maria Franca Fissolo esempio di dedizione e responsabilità sociale, figura di riferimento per l’intero territorio cuneese -1. Ha parlato di contributo alla crescita economica e alla valorizzazione culturale, parole che nelle corde ufficiali della politica locale suonano consuete ma che in questo caso si ancoravano a fatti concreti: la presenza capillare degli stabilimenti, l’occupazione stabile, il radicamento filantropico in un’area che senza Ferrero sarebbe stata soltanto una delle tante eccellenze enogastronomiche italiane.

Il dolore privato e la continuità generazionale

Maria Franca Ferrero era vedova dal 2015, anno in cui Michele si spense a Montecarlo dopo lunga malattia, e madre di due figli: Pietro, il primogenito, scomparso improvvisamente nell’aprile del 2011 per un infarto mentre si allenava in bicicletta a Camps Bay, sobborgo di Città del Capo, e Giovanni, che raccolse l’eredità paterna e oggi siede alla guida del gruppo con il Titolo di presidente esecutivo -2-6. I funerali di Pietro, celebrati nel duomo di Alba, videro una folla stimata in oltre trentamila persone: operai, impiegati, amministratori locali, cittadini comuni che sentivano la scomparsa dell’erede designato come una ferita collettiva. La madre non rilasciò dichiarazioni, non concesse fotografie, rimase chiusa in quel riserbo che i collaboratori più stretti descrivevano come timidezza e che invece era, più verosimilmente, la consapevolezza che il dolore privato non dovesse trasformarsi in spettacolo.

L’azienda, sotto la guida di Giovanni Ferrero coadiuvato dall’amministratore delegato Lapo Civiletti, ha proseguito la strategia di diversificazione e acquisizioni internazionali, portando il fatturato consolidato del gruppo a diciannove miliardi e trecento milioni di euro nell’esercizio chiuso al 31 agosto 2025, con una crescita del quattro virgola sei per cento e un organico globale che sfiora i quarantanovemila dipendenti distribuiti in trentasei stabilimenti produttivi -4-7. L’ultima acquisizione di rilievo – la divisione cereali di WK Kellogg, perfezionata nel settembre 2025 – è successiva alla chiusura del bilancio e non vi figura, ma indica la direzione impressa dal figlio: conquistare la colazione americana, presidiare la tavola degli Stati Uniti dove Donald Trump siede nuovamente alla Casa Bianca e le politiche commerciali impongono catene di approvvigionamento localizzate -7.

L’archivio discreto di una vita parallela

Maria Franca Ferrero lascia anche tre nipoti – Marie Eder, John e Michael – avuti da Pietro e dalla moglie, e un patrimonio personale che le classifiche Forbes, per loro natura approssimative e soggette a fluttuazioni, quantificavano in due virgola un miliardo di dollari, cifra che ne faceva la donna più ricca d’Italia -2-9. Ma la ricchezza, nella narrazione che emerge dagli atti ufficiali e dalle rare interviste, non sembra aver costituito il perno della sua esistenza: semmai il contrappunto discreto a un lavoro silenzioso di presenza, di consiglio, di interpretariato – letterale e metaforico – tra le esigenze del mercato e la visione talvolta visionaria del marito.

Il suo nome non compare nei comunicati stampa sui lanci dei prodotti né nelle presentazioni finanziarie agli investitori, se non nell’ultimo, freddo documento lussemburghese che la eleva a presidente onorario a vita. Eppure, quando Michele Ferrero passeggiava sul lungofiume a Francoforte cercando la parola giusta, c’era lei ad aspettare in albergo; quando bisognava tradurre per i partner tedeschi, francesi, inglesi, c’era la sua voce; quando si trattò di fondare un ente che restituisse benessere a chi aveva costruito la fabbrica, la discussione partì da un ginocchio rotto e da una stanza d’ospedale. Di queste tracce, negli archivi aziendali, probabilmente non rimarrà che qualche fotografia in bianco e nero e la memoria di chi l’ha conosciuta.

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