Maria Franca Fissolo, la signora Ferrero che diede il nome alla Nutella, si è spenta nella sua Alba

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La collina di Altavilla, quella dalla quale si vede bene la fabbrica, giovedì 12 febbraio si è svegliata avvolta nel silenzio e nel fitto alone di una nebbia che pareva trattenere il respiro. Dentro quella casa, la stessa che Michele Ferrero volle perché gli occhi potessero posarsi ogni mattina sull’azienda, Maria Franca Fissolo se n’è andata poco dopo le cinque e mezzo, a ottantasette anni, portando con sé mezzo secolo di memoria industriale italiana e la discrezione di chi, pur essendo il perno silenzioso di un impero, aveva scelto di non apparire mai -1-8. La presidente onoraria della holding Ferrero International, colei che dal 1962 aveva condiviso tutto con il patriarca della Nutella, lascia ora il figlio Giovanni – alla guida del gruppo che conta trentasei stabilimenti e una presenza in oltre centosettanta Paesi – le nuore Paola e Luisa e cinque nipoti -2-9.

Era il 1961 quando una giovane traduttrice, fresca di scuola interpreti a Milano, varcò la soglia della fabbrica albese e incrociò Michele; un colpo di fulmine, lo definiranno, suggellato dalle nozze l’anno successivo e dalla nascita di Pietro, nel 1963, e poi di Giovanni -10. Fu proprio in una notte di sessantaquattro, a Francoforte, che il destino della crema spalmabile mutò per sempre. Michele, sveglio, si girò verso di lei e chiese semplicemente: «Che ne dici di Nutella? Suona bene». E Maria Franca, dalla quale lui non si separava mai nemmeno nei viaggi di lavoro, dovette annuire -4. Così il Giandujot inventato dal suocero Pietro divenne un nome destinato a fare il giro del mondo, e lei, che quel nome lo aveva sentito nascere, ne divenne la custode più riservata.

La sua esistenza, lungi dall’essere segnata solo dalla dolcezza dei prodotti che resero celebre il marchio, fu attraversata da perdite profonde, di quelle che piegano e che pure lei affrontò senza mai cercare riflettori: la scomparsa del primogenito Pietro, stroncato da un malore in Sudafrica nel 2011, e quella del marito, avvenuta il quattordici febbraio del 2015 -2-7. Due giorni esatti che separano la ricorrenza della morte di Michele da quella della sua vedova, quasi il calendario avesse scelto per loro una vicinanza che neppure il tempo poteva sciogliere.

Lontana dalla mondanità eppure vicinissima alla terra delle Langhe, Maria Franca non dimenticò mai Levaldigi, il paese dove era cresciuta, e di tasca propria finanziò il restauro dell’asilo infantile di fronte alla chiesa, partecipando all’inaugurazione del dicembre 2016 con quella compostezza che era il suo tratto distintivo -1. Alla guida della Fondazione Ferrero, istituita dal marito nel 1983 e che porta i nomi di Piera, Pietro e Giovanni, proseguì nell’opera di sostegno culturale e assistenziale, interpretando il motto di famiglia – Lavorare, creare, donare – non come uno slogan, ma come pratica quotidiana -10.

Il diciannove dicembre dell’anno scorso, appena due mesi prima di spegnersi, l’assemblea straordinaria della holding l’aveva nominata all’unanimità presidente onorario a vita: un atto dovuto, recitava la motivazione, per i ventisette anni trascorsi come amministratrice e per il sostegno prezioso offerto a Michele in un arco temporale lungo oltre cinquant’anni -3-9. Poi, il dodici febbraio, il respiro che si ferma, e la notizia che si diffonde prima tra i cancelli dello stabilimento e poi giù, fino in città, dove il sindaco ha dovuto arrendersi all’evidenza che una parte della storia contemporanea di Alba se n’era andata davvero, senza possibilità di smentita.

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