Il caso Cinecittà e l’uso dei fondi pubblici, indagini della procura sull’amministratrice delegata Manuela Cacciamani
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Finestre sporche, inchieste giudiziarie e meccanismi di controllo finora rimasti, forse, troppo sulla carta: il caso che coinvolge Cinecittà spa, società partecipata al cento per cento dallo Stato attraverso il ministero dell’Economia, riapre una ferita profonda nel dibattito sulla trasparenza degli incarichi pubblici e, più nello specifico, sulla gestione di quelle risorse, i famosi tax credit, che avrebbero dovuto trasformare l’Italia in un set permanente e invece, a quanto sembra, potrebbero aver attirato anche attenzioni meno nobili. La Procura di Roma, insieme alla Corte dei Conti e all’Autorità Nazionale Anticorruzione, avrebbe messo nel mirino l’operato dell’amministratrice delegata Manuela Cacciamani, della quale si parla ormai da giorni per una presunta iscrizione nel registro degli indagati. La diretta interessata, attraverso una nota, ha respinto con fermezza l’ipotesi che pende sulla sua posizione professionale, dichiarando testualmente che “non risulta alcuna iscrizione nel registro degli indagati a mio carico” e lamentando di apprendere dai giornali l’esistenza di presunte indagini che, almeno stando alle sue parole, non le sarebbero state ancora formalmente comunicate.
Nel frattempo, gli uffici giudiziari procedono: la Guardia di Finanza, infatti, ha già eseguito un blitz presso The Apartment Srl, società del gruppo Fremantle, alla ricerca di atti e documenti legati a due produzioni di richiamo internazionale come il film Queer e la serie televisiva M. Il figlio del secolo, tratta dall’omonimo libro di Antonio Scurati. Non è un dettaglio da poco, quest’ultimo, perché l’inchiesta sembra concentrarsi proprio sull’utilizzo dei crediti d’imposta, quelli che il settore audiovisivo ha imparato a conoscere come tax credit, e che negli ultimi anni hanno rappresentato una leva fondamentale per attrarre capitali e produzioni straniere. E se è vero, come è vero, che Cacciamani solo pochi mesi fa, nel corso di un incontro al Lido di Venezia, difendeva con vigore l’efficacia di questi strumenti, sottolineando come le produzioni internazionali costituiscano ormai il settantacinque-ottanta per cento del fatturato totale degli stabilimenti romani -4-5, è altrettanto vero che quella stessa macchina dei finanziamenti, oggi, è al centro di verifiche approfondite che non risparmiano nessuno.
Il meccanismo del tax credit e i controlli mancati, un sistema da rivedere
A ben guardare, il nodo della questione non riguarda soltanto la posizione della manager o le singole opere finite nel mirino degli inquirenti, tra le quali compaiono, oltre ai già citati Queer e M. Il figlio del secolo, anche produzioni italiane come Il Sol dell’Avvenire di Nanni Moretti, La Chimera, Siccità e L’Immensità della Wildside, fino a kolossal hollywoodiani come Fast & Furious 10 o The Equalizer 3. Il tema, piuttosto, chiama in causa l’intero impianto normativo e gestionale con cui, in questi anni, sono stati distribuiti miliardi di euro. Non è un mistero, infatti, che il tax credit abbia funzionato a lungo in un regime di sostanziale fiducia nei confronti dei produttori, i quali, per ottenere lo sconto fiscale, dovevano sostanzialmente limitarsi a presentare un progetto senza che venissero effettuati controlli stringenti sulla reale riuscita dell’opera, sulla distribuzione in sala o sugli incassi effettivi.
I numeri, del resto, parlano chiaro: dal 2017 al 2025 lo Stato ha speso circa sette miliardi e duecentosessanta milioni di euro, mentre gli incassi complessivi delle sale si sono fermati a cinquecentosessanta milioni, una sproporzione che fa pensare e che qualcuno, nell’esecutivo attuale, aveva già iniziato a intercettare con l’obiettivo di mettere mano al portafoglio. E non è un caso che, proprio nelle stesse settimane in cui scoppia il caso giudiziario, il ministero della Cultura guidato da Alessandro Giuli abbia varato nuove disposizioni per rendere più stringenti i criteri di accesso ai fondi, introducendo l’obbligo per i produttori di reinvestire una parte dei proventi in opere definite “difficili”, cioè documentari, cortometraggi o film di giovani autori, e prevedendo sanzioni pesanti, fino all’esclusione quinquennale dal beneficio, per chi produce dichiarazioni mendaci o documentazione falsa.
Produzioni straniere e delocalizzazione, i rischi di un sistema squilibrato
Eppure, mentre gli investigatori cercano di fare chiarezza su eventuali irregolarità legate a film come quelli prodotti da The Apartment, il mondo del cinema italiano vive una fase di profonda trasformazione, che qualcuno non esita a definire preoccupante. Da un lato, infatti, l’appeal esercitato dai nostri studi, e in particolare da Cinecittà, rimane fortissimo: lo dimostra la recente programmazione che vede in cartellone, tra gli altri, il nuovo film di Mel Gibson, The Resurrection of The Christ, la cui lavorazione negli stabilimenti romani è prevista per quest’anno, nonostante le minacce del presidente americano Donald Trump di introdurre dazi pesantissimi, fino al cento per cento, sulle produzioni realizzate fuori dal territorio degli Stati Uniti.
Dall’altro lato, però, cresce la sensazione che il sistema stia progressivamente spostando il suo baricentro a favore delle grandi major straniere, a scapito della produzione indipendente e degli autori italiani. La recente cessione di quote di Lucky Red al colosso francese Vivendi, così come l’ingresso di Banijay in Groenlandia e di Fremantle in Lux Vide, disegnano una geografia produttiva in cui i gruppi internazionali acquisiscono pezzi sempre più consistenti del nostro tessuto industriale, utilizzando, paradossalmente, anche le agevolazioni fiscali messe a disposizione dallo Stato italiano. E mentre le associazioni degli autori, come Centoautori, Anac e Wgi, esprimono un fermo dissenso rispetto a queste dinamiche, paventando il rischio concreto di perdere non solo l’identità culturale delle opere, ma anche migliaia di posti di lavoro, l’unica certezza, al momento, è che la magistratura continuerà a indagare per accertare se, dietro le quinte di alcuni di questi progetti, ci siano state violazioni delle regole e se qualcuno abbia indebitamente beneficiato di risorse pubbliche.
Meta Description
Indagini della Procura di Roma su Cinecittà e l’ad Manuela Cacciamani per l’utilizzo dei tax credit. Blitz della Finanza per acquisire documenti su serie e film.




